agosto 18, 2018

Ascesi e Arti Marziali: ovvero come corrodere l’Ego e “darsi alla macchia”

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Oggigiorno sembrerebbe in aumento il numero di persone che si dedicano alla pratica delle arti marziali o, in genere, dei tanti “sport da combattimento” esistenti. Soprattutto tra coloro che si riconoscono entro una determinata Weltanschauung, sommariamente definibile come “avversa alla concezione moderna dell’esistenza e del mondo”, tale scelta pare sempre più popolare, quasi fosse una manifestazione di intolleranza verso quella “visione del mondo”  da loro osteggiata, che li vorrebbe dediti a un esistenza oziosa e viziosa, libera da ogni vincolo che non sia il mero piacere e/o tornaconto materiale.
E’ facile però notare quanto questa propensione, questo generalizzato interesse per la marzialità, si possa differenziare tra chi pratica per il gusto di “agire per agire” o anche “agire per apparire”, aspetti questi figli del mondo da loro (falsamente) osteggiato, e chi invece mira verso una più alta “ricerca formatrice”, che sia effettiva palestra per una valida e reale disciplina interiore.
Interessandoci unicamente a questi ultimi, dobbiamo quindi chiederci, quanto le Accademie attuali possono offrire a tal scopo, come esse possono forgiare, tramite il loro insegnanti e la pratica da loro proposta, una formazione anche “ontologica”, una disciplina interiore che possa esser guida dell’intera esistenza?
E’ inutile negarlo, chiunque pensasse che nelle accademie oggi si possa educare altro che vada oltre la pratica tecnica e/o fisica è in grave errore. I maestri, salvo eccezioni – quali ad esempio Davide Morini ed il suoi collaboratori del Kratos team; vedi Polemos vol. II cui si rimanda n.d.r. –, si interessano unicamente agli insegnamenti tecnici, totalmente ignari di tutte quelle valide possibilità che le attività da loro praticate permettono; in tali contesti è praticamente impossibile trovare una figura-guida che possa aiutare il praticante a superare il semplice contesto sportivo (totalmente vano per i fini qui presi in esame) e sviluppare quella “cerca interiore” da lui ambita. E’ pertanto di assoluta importanza, come caratteristica preliminare, che chi attua tale percorso abbia una coscienza del proprio operare chiara e precisa, percorra in totale fermezza il sentiero intrapreso, di modo che non ci si scoraggi o peggio ancora, si smarrisca la reale finalità, rendendo il mezzo un fine.
Occorre però chiedersi ora, come riuscire a mantenere risoluto lo sguardo verso la meta pur allenandosi in tali contesti? Come mantenere attiva la coscienza e superare quelle sensazioni di vacuità e superficialità che le accademie attuali son solite suscitare?
Per  poter progredire secondo scopo e percorso, in risposta quindi al quesito, è di fondamentale importanza attuare lo jungeriano “Passaggio al bosco”. Passare al bosco – o per certi versi “darsi alla macchia” n.d.r. – significa formare interiormente se stessi tramite l’azione esterna, senza però che questa azione diventi parte di essi. Significa quindi esser presenti fisicamente nelle accademie, nei ring, nei tatami senza che questo comporti un automatico prostituirsi alle “scorie” e “impurità” che questa modernità, anche in tali contesti, diffonde, svelando cosi un nuovo modo di intender gli allenamenti.
Solo in questo modo è possibile superare la componente prettamente sportiva e materiale della pratica per renderla fucina della nostra Volontà e del nostro Essere.
Diventa cosi possibile allenarsi, frequentare l’accademia, dedicarsi a essa senza però mai concedere alle piccolezze, inutilità e brutture qui presenti di insinuarsi tra le mura della “cittadella” interiore, utilizzando anzi tali distrazioni come ulteriore “materiale formativo” per disciplinare la propria volontà e mantenersi fermo nelle proprie intenzioni.
E’ ora possibile attuare una sostanziale rivalutazione del contesto agonistico. Lottare, competere senza far mai di questo il fine, rendendolo piuttosto un atto per se stessi e contro se stessi; vincere quindi non per conquistare una qualche gratificazione materiale o egocentrica, ma come affermazione della superiorità della propria Volontà su se stessi e sul mondo, inverare tale Volontà, rendendola quindi Fatto. La sconfitta si tramuta in fornace utile a eliminare ogni auto-convincimento o falsa certezza formatesi nel tempo, rogo di tutte quelle false sovrastrutture che il nostro Ego tende a costruirsi e che bloccano il progresso del percorso interiore.
Solo in tal modo, attuando questa “trasposizione” sostanzialmente interiore, ontologica, ci si può dedicare in modo completo e proficuo alla pratica di tali arti, solo in tal modo l’agire non si perde nell’informe “azione” ma si “coagula” in sostanza e materia disciplinante, rendendo il percorso una efficace cerca e formazione interiore.

di D. (Solitvdo) 

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