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Der kampf geht weiter

maggio 4, 2018 9:56 pm

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Il 22 aprile più di cento attivisti del centro sociale torinese Askatasuna sono partiti alla volta di Claviere e Nevache in risposta al presidio dei militanti di Generazione identitaria che avevano organizzato un’efficace provocazione contro il transito di clandestini al confine tra Italia e Francia. Come era accaduto i primi giorni di marzo a Firenze, anche in questa occasione si è vista in atto un’alleanza operativa tra centri sociali, No tav e immigrati. Si tratta di un fenomeno su cui è necessario vigilare e a cui è bene dedicare un poco di attenzione.

Nel corso degli anni il pretesto dell’opposizione alla costruzione dei 235 km della Nuova Linea ferroviaria Torino–Lione è servito ai militanti anarchici, comunisti e antifascisti per creare una sorta di zona franca, periferica rispetto alle città più importanti, dove mettere in atto una forma di addestramento alla guerriglia. È quanto meno curioso che proprio le proteste dei No tav abbiano fornito spunti di riflessione ad esempio all’ambiente dell’estrema sinistra greca. Anche in Grecia peraltro la saldatura tra immigrati e centri sociali appare un fenomeno ben radicato nel quartiere ateniese di Exarchia. Ebbene, mentre quest’ultimo è senza dubbio considerabile un buco nero in cui si nascondono traffici criminali di vario genere, l’alleanza tra militanti antifascisti e “l’esercito di riserva” extraeuropeo condensa un potenziale di conflittualità che non va trascurato.

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Le proteste dei No tav, continuazione sotto altra forma delle violenze organizzate del G8 di Genova, hanno fornito insomma gli spazi e i tempi alla sinistra estrema per addestrarsi almeno superficialmente alla guerriglia e alla violenza di strada. A questo si aggiunge oggi il coinvolgimento, con i soliti pretesti del razzismo e dei diritti delle minoranze, di immigrati provenienti dai paesi del cosiddetto Terzo mondo. Questo risulta oggi necessario per via della crescente marginalità di determinati ambienti estremistici, incapaci di fornire elaborazioni teoriche di spessore e agenti, più o meno consapevolmente, come longa manus del caos sistemico mondialista.

Protette, finanziate e sobillate queste aree politiche genericamente accomunate da un antifascismo isterico e violento, si pretendono anti-globaliste e anti-sistemiche ma poi in tutto e per tutto assecondano i processi che accelerano la mondializzazione finanziaria, l’omologazione dei popoli, la distruzione delle identità culturali, la perdita delle tradizioni locali, l’abbassamento del livello di vita; il tutto in nome della religione dei diritti umani imposta dalla potenza americana a inizio ‘900 e di un’infantile “fratellanza universale” priva di centratura.

In questo calderone di luoghi comuni, ignoranza e bassa criminalità vengono attirate le masse di immigrati in cerca di fortuna, adeguatamente imbottite di risentimento e invidia da parte di “portavoce” ufficiali dalla discutibile limpidità. Come detto lo si è visto a inizio marzo a Firenze e lo si è visto più recentemente in Piemonte: la violenza organizzata dei centri sociali si appoggia sulla forza di un “esercito di riserva” che per ora si riesce a manipolare a piacimento.

I No tav hanno peraltro dimostrato di saper tenere testa alla Polizia di frontiera e questo dovrebbe indurre un’ulteriore riflessione sull’opportunità o meno di concedere simili zone franche in cui lasciare che si sviluppino certi “talenti”. Forse questo rientra in una strategia più ampia che si fatica a scorgere, e che si può solo supporre vada nella direzione di una graduale e costante intensificazione della pressione sulla realtà sociale per portare caos e violenza nelle città. Questo spiegherebbe la funzione per ora marginale delle masse di immigrati che presto o tardi finiranno inevitabilmente per “imparare il mestiere” e magari per rimpiazzare i loro presunti capetti dei centri sociali, i quali probabilmente sconteranno sulla propria pelle la speranza di poter controllare i loro “fratelli migranti”.

Sarebbe questa la strada per sollecitare nel modo più spontaneo possibile una reazione popolare in risposta alle crescenti violenze di strada. Non passa settimana che la cronaca non riporti di aggressioni brutali a Mestre o a Milano, ma se ai casi isolati si affiancassero le devastazioni e le intimidazioni di interi gruppi di immigrati accompagnati da militanti di sinistra, allora le cose potrebbero andare nella direzione di scontro aperto con gli autoctoni per il semplice controllo del territorio e la sopravvivenza.

Può darsi che si tratti solo di esagerazioni, ma quando un episodio si ripete con le stesse modalità e in intensità crescente nel tempo, ciò sta a indicare che vi è una dinamica in corso. Forse questa non sarà rigidamente controllata, forse si lascerà che le cose vadano da sé, ma sembra possibile se non probabile che la pressione contro l’identità dei popoli europei andrà crescendo, costringendo o a una reazione che, se non strategica e progettuale, non porterà a nulla di buono.

Le reazioni, specie se sull’onda dell’emotività, devono sempre essere evitate. Ciò che fin da ora si può fare è non limitarsi a opporsi allo stato di cose attuale, ma tentare di fornire un modello di vita alternativo, quanto più possibile autosufficiente e in grado di reggere a periodi di crisi e pericolo. I nuclei vivi in cui si assicura la cultura di un popolo sono il clan, la famiglia e la comunità. Sono strutture su cui è possibile lavorare, sviluppandole non come scialuppe d’emergenza, ma concependole come nuclei vivi operanti nel mondo, in grado di diffondere un esempio di bellezza, coraggio, operosità ed equilibrio.

Considerato quanto in profondità le istituzioni siano impregnate della stessa visione del mondo operante attraverso gli atti di estremismo sopra discussi, appare sempre più difficile pensare a una risposta costruttiva da parte dell’attuale classe gestionale. È forse ormai una pia utopia credere che esistano organi istituzionali sani, dato che spesso si tratta di singoli individui i cui tentativi di arginare fenomeni disgregativi vengono ben presto soffocati e supervisionati dalla forza del numero. Pertanto il punto di partenza, l’ancoraggio sicuro, è la comunità resiliente, quella cioè che può considerarsi autosufficiente sotto ogni punto di vista.

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Caos

maggio 1, 2018 4:08 pm

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Di Marco Zenesini

Nel presente momento storico, chiunque disponga di certa lungimiranza non può che trovarsi a constatare un sempre più effettivo processo di degenerazione, su una pluralità di livelli che comprende tanto la politica quanto i costumi, tanto la cultura quanto le arti, tanto l’economia quanto le componenti sociali di base, a cominciare dall’inarrestabile flusso migratorio di cui l’Europa è da anni oggetto.

Vi sono forze le quali, da tempo, intendono opporsi a tutto ciò. In tal senso, si deve notare che una reazione è sempre auspicabile, in particolare nell’ambito di contingenze che tutti noi riguardano.

Al contempo, tuttavia, sovviene la lezione di due testi fondamentali e normativi, ferma restando la necessità della loro contestualizzazione: Cavalcare la tigre di Julius Evola e La disintegrazione del sistema di Franco Giorgio Freda.

Senza dilungarsi in sintesi inopportune, lo studio dei succitati testi porta ad un interrogativo, dal quale ciascuno può sortire le proprie conclusioni. Vale a dire: è possibile arrestare il caos che ci circonda, o non è piuttosto preferibile che esso acceleri, proprio perché si può ritenere che solo dal raggiungimento del suo culmine sia concepibile l’emersione di un nuovo ordine, promanante dal dinamico flusso tradizionale?

Si tratta, peraltro, di una concezione che può avere anche conseguenze pericolose, come già accadde in altri anni; ma si è spesso portati a pensare che ogni cambiamento non possa avvenire se non a patto di attraversare più di un inferno in terra.

Questo comporterebbe la prevalenza della concretezza del fatto storico rispetto al dominio dell’azione verbale, su cui si fonda ormai l’essenza dell’attività politica stessa. Occorre altresì considerare che non si deve nemmeno pensare di cadere nell’errore di attribuire all’animale politico umano capacità di mutamento delle condizioni reali che, in parte, non ha: vi sono fattori, come sappiamo, indipendenti dalla sua volontà, ed il cui potenziale non potrà mai essere pienamente compreso, né razionalizzato.

In tal senso, ciò costituirebbe anche un coerente banco di prova per ciascuno. Un ritorno all’essenzialità, del tutto esente da ogni edulcorazione. Produrrebbe la maturazione di caratteri ben diversi da quelli che si ritiene debbano essere gli unici accettabili nel presente contesto sociale.

Tifare caos? Forse l’espressione può apparire inappropriata, o semplicistica. Tuttavia, essa esprime sostanzialmente quanto costituisce l’oggetto delle presenti considerazioni.

Allo stesso modo, induce a ritenere che quelle di molti esponenti del pensiero cosiddetto pessimista, da Albert Caraco ad Emil Cioran, non fossero meri esercizi di stile, né arbitrarie fantasie, ma preveggenza…

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Considerazioni al termine delle celebrazioni per il Natale di Roma del 21 Aprile 2018

aprile 23, 2018 7:42 pm

Non preghi un Dio chi non sia un Dio!

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La vicenda leggendaria del primo Re di Roma, Romolo, nella quale si condensano miti e ascendenze dal comune passato indoeuropeo ci danno l’occasione per una serie di riflessioni sui significati della regalità, della ritualità e dell’interiorità di chi occupa il potere sovrano.

Il termine Rex romano, come vorrebbe E. Benveniste, deriverebbe da un comune termine indoeuropeo (Rig, da cui il celtico Vercingetorix, Raja sanscrito, Rex latino) il quale farebbe riferimento alla funzione primordiale del sovrano di tracciare una linea retta, stabilendo così un confine sacro, un limite ed una regola. Stabilirebbe in altre parole un ordine sacro; ordine il quale in sanscrito rta si collega semanticamente anche al rito.

Ma cos’è dunque il rito? Per Mircea Eliade il rito è un nuovo inizio che invera nuovamente l’origine nella storia, permettendo dunque quell’irruzione del sacro di cui parla anche G. Casalino. L’origine corrisponde cosmologicamente ad un sacrificio primordiale, ad una messa a morte, che non crea ex nihilo ma che plasma una realtà preesistente. Lo squartamento del macrantropo primordiale, Ymir per i norreni, Purusha per gli inni vedici, è la scaturigine del cosmo ordinato. Così nel mondo latino al tracciare il solco da parte del Rex/Rig Romolo corrisponde successivamente l’uccisione di Remo, il quale non è in grado di mettere ordine e sacralità al contrario del fratello.

La sovranità del mondo indoeuropeo conosce delle coppie di sovrani, simbolicamente rappresentabili come il cielo notturno ed il cielo diurno. Quest’ultimo è quello che richiama il termine latino Deus, sanscrito Deva, greco Zeus, alto germanico Tiuz/Ziu/Tiwaz poi espresso come Tyr dagli scandinavi, Mitra per gli indoiranici. D’altro canto di non meno importanza e cosmologicamente anteriore si staglia il cielo notturno di Varuna, di Urano e di Wuotanaz. Nella storia leggendaria di Roma a Romolo spetta la funzione “varunica” mentre a Numa quella propriamente diurna, sacra e legislativa di Numa.

Sempre per Benveniste il germanico Wuotanaz e il latino Dominus sarebbero strettamente accomunati. Il primo indicherebbe il signore della schiera dei posseduti (angriffenheit) dal furore (id est furor lo definì Adamo da Brema) che solca i cieli notturni d’inverno nella caccia selvaggia. Il secondo sarebbe il signore della Domus, non intesa come edificio ma come comunità sacra e sociale al tempo stesso.

Romolo, conformemente alla sua funzione varunica, durante la battaglia cruciale contro i potenti riproduttori, i sabini, conseguente al tradimento della vestale Tarpeia, alzate le armi al cielo comanda magicamente a Iuppiter di intervenire e di cambiare le sorti della battaglia e così accade. Come giustamente ricordato pubblicamente da L. Valentini e G. Casalino nelle recenti celebrazioni del Natale di Roma, qualificare come “magico” l’intervento del sovrano latino ricorda il termine tedesco macht e inglese make.  Un altro sovrano del cielo notturno, Wotanaz nella prima guerra del mondo contro i Vani, potenti riproduttori anch’essi, esercita il suo potere a distanza, scagliando la sua lancia nella battaglia susseguente l’irruzione della gigantesca Gullveigr, senza intervenire direttamente nella mischia. Se la Vestale è chiaramente legata al fuoco di Vesta così Gullveig viene bruciata tre volte rinascendo sempre.

Così l’effetto immediato, comandato dal sovrano “terrifico” e “tremendo” Romolo, è determinato dal suo non appartenere ad una umanità ordinaria, ma piuttosto ad una umanità qualificata in senso spirituale. “Non preghi un dio chi non sia un dio” d’altro canto è stabilito dalla letteratura vedica. Romolo che verrà poi divinizzato come Quirino viene non a caso assunto in cielo.

In questo senso G. Casalino nell’ultimo numero della rivista “Pietas” parla della <<forza necessitante del rito ben eseguito, il suo potere di rendere la realtà visibile specchio dell’ordine divino. L’inesistenza di problemi di natura psichica e/o sentimentale in chi compie il rito ai fini dell’efficacia>>. D’altro canto è ben noto il detto di Plotino <<Non sono io che devo andare agli Dèi ma gli Dèi che devono venire a me>>.

Solo calore interiore della pratica spirituale, il tapas conseguente alla trasformazione interiore dell’uomo propiziata dal fuoco sacrificale di Agni/Ignis rendono l’uomo in grado di imporre questa “macht” sulle forze invisibili. D’altro canto dal latino tepeo, la cui assonanza con taps è evidente, deriva l’italiano tepore.

Non a caso, la mistica cristiana di Meister Eckhart parla del distacco come superiore alla pietà e alla compassione: poiché il distacco operando nell’interiorità dell’uomo quello svuotamento, quel silenzio che fa risuonare il vero urgrund, il fondo dell’uomo, agisce necessariamente attirando Dio nell’interiorità dell’uomo, poiché il distacco e il vuoto interiore sono necessitanti come in un processo fisico. Raggiunto il supremo distacco Dio non può non riempire tale vuoto interiore.

Dunque resta imperativo rendersi atti a far intervenire necessariamente la divinità tramite la nostra azione spirituale interiore la quale può rendersi autonoma rispetto a qualsiasi sfoggio di erudizione, di mitologia e di formalistica rituale.

In collaborazione con Ereticamente che ringraziamo

Non preghi un Dio chi non sia un Dio! – Andrea Anselmo

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21 Aprile 2018

aprile 6, 2018 8:59 pm

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Note su libertà e apolitìa in Evola

febbraio 27, 2018 7:50 pm

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di F.B.

Se si volesse individuare il tema centrale di tutta l’opera del filosofo romano Julius Evola, potrebbe essere con tutta probabilità quello della libertà. La ricostruzione da lui operata dei caratteri tipici delle civiltà tradizionali si propone infatti di rendere evidente al lettore quei principi di normalità andati perduti nel corso dei secoli e quasi scomparsi con l’avvento della modernità.

Nel caso ad esempio di una delle sue opere più importanti, Il mistero del Graal[1], il tema della sovranità integrale viene connesso alla leggenda di Re Artù e al simbolismo imperiale ghibellino. La figura del sovrano, tramandata dal mito del Graal e ad esempio nel Parsifal, deve sempre affrontare una condizione di corruzione e decadenza, che può essere rettificata soltanto attraverso un processo di purificazione. È proprio su questo lato esistenziale che la filosofia evoliana indica una via che può trovare declinazioni nella vita quotidiana. Per divenire re, il cavaliere dovrà prima liberarsi delle passioni mondane, semplificare ogni aspetto della propria esistenza, fino a raggiungere la piena sovranità su di sé. Questo è l’uomo che Evola chiama “uomo differenziato” o “uomo integrale”, cioè quell’uomo veramente sovrano che ha saputo consolidare la sua autorità su se stesso, sui propri bassi impulsi. «Evola ha ricordato in più occasioni che il primo compito che si impone a quello che egli ha chiamato l’“uomo differenziato” è quello dell’unificazione interiore, che apre all’equilibrio e all’armonia. Questa unificazione deve farsi attraverso la scoperta sperimentale della tendenza dominante e la trasformazione di essa in un imperativo etico che regga tutta l’esistenza»[2]. Questa riconquista di un ordine interno necessita per Evola di una riaffermazione di quei principi verticali, gerarchici, virili e sacrali che erano la norma nelle civiltà tradizionali. Solo attraverso la riscoperta di un moto ascendente di tutto l’essere umano si dà per il filosofo romano autentica libertà, intesa, si badi, come l’antica libertas. Pertanto il potere di comandare, l’imperium in senso proprio, è in primo luogo quello su se stessi, all’insegna della nota massima «chi non sa comandare se stesso deve obbedire»; all’interno di un ordinamento gerarchico interiore di chiara ascendenza platonica.

Perfettamente coerente con le posizioni sin qui riassunte è l’interesse nutrito dall’Autore per le dottrine orientali, nello specifico per il taoismo cinese. Julius Evola nel 1922 curò e tradusse un’edizione del Tao Te Ching, opera che con tutta evidenza deve aver fornito importanti spunti alle sue successive posizioni dottrinarie. Il libro di Lao Tse è un profondo trattato che intende aprire alla comprensione della Via, il solo modo grazie al quale l’uomo può agire secondo Virtù. Cos’è la Via? La Via è il non-essere. Cos’è allora la Virtù? La Virtù è assenza.

Con non-essere il Tao Te Ching intende tutto ciò che non è materiale, tutto quello che non è influenzato da un’esistenza mondana. La Via è dunque il distacco dalle passioni mondane, è il non-agire, è lo svanire al mondo. Questo ritrarsi della Via è però il suo sommo mostrarsi, perché solo così essa può realizzarsi nella Virtù dell’uomo Perfetto. Costui non agisce per bisogno o per ambizione, non si lascia trascinare dai propri impulsi, ma è fermo in se stesso, immutabile e indifferente nella sua assenza di passionalità. È pienamente centrato, controlla ogni sua facoltà.

D’altro canto è noto il continuo riferimento dell’autore alla Bhagavad Gita, già parte del Mahabharata, nella quale il cosiddetto Karma Yoga, lo Yoga dell’azione esente dalla preoccupazione per il risultato, trova la sua massima espressione. L’agire impersonale, scevro da voluttà e dalle costrizioni del desiderio, massimamente espresso dagli insegnamenti del dio Krishna al disorientato guerriero Arjuna, agisce come costante sottofondo del processo di liberazione dell’azione dal desiderio.

Così al tempo stesso, nel messaggio del mistico cristiano Meister Eckhart, è da rintracciarsi quel distacco assoluto che necessariamente rende simili alla divinità e addirittura, come emerge nei noti Sermoni tedeschi, pone il mistico al di là e al di sopra persino della divinità, della quale si arriva paradossalmente a non avere più bisogno. Noto è d’altro canto lo scritto apocrifo attribuito a Eckhart dei cosiddetti Insegnamenti di sorella Katrei, tradotti significativamente in Italia con il titolo Diventare Dio.

Tutte suggestioni molto forti che contribuiscono ad arricchire spiritualmente il percorso di Evola.

«Dunque l’uomo deve superarsi, deve farsi Perfetto ossia “Individuo assoluto”, poiché allora troverà in sé stesso gli elementi per cui potrà stabilirsi una reale conoscenza; conoscenza che non sarà più un che di estrinseco, come nella scienza della discorsività umana, ma sarà vita di Gnosi; perché non esprimerà altro che la coscienza stessa del Perfetto che è tutt’uno colla radice d’ogni reale»[3].

L’Individuo assoluto a cui fa riferimento Evola è la prima configurazione filosofica di quello che più tardi che chiamerà “uomo differenziato”, ma i caratteri fondamentali non cambiano. Se nei termini del suo idealismo magico l’individuo poteva farsi atto puro solo attraverso una radicale frattura con tutte le influenze del mondo circostante, rientrando così in possesso del suo autentico Io, la realizzazione dell’uomo differenziato richiede una netta rottura con il mondo moderno, un rifiuto di tutti i suoi valori e delle correnti ideologiche, spirituali, sessuali nel nome di un richiamo attivo ai principi della Tradizione primordiale.

Julius Evola tentò di fornire nelle proprie opere più “politiche” quelli che considerava i lineamenti fondamentali per una militanza ordinata tradizionalmente. Negli ultimi anni della sua vita, deluso dagli uomini e dubitando delle possibilità storiche, tentò di tratteggiare una via individuale da seguire per coloro che, viventi in tempi di decadenza, da essa non volevano farsi trascinare. Nacque così Cavalcare la tigre[4], opera fraintesa e talvolta ridotta a qualche frase a effetto, ma che si pone in continuità con le prime posizioni filosofiche dell’Autore, radicalizzandole e contestualizzandole nel momento storico contingente. Egli si rivolge a coloro che sappiano distaccarsi dal piano dell’esistenza puramente orizzontale e sappiano invece rivolgere la propria tensione alla dimensione trascendente, a quella verticalità che impone in primo luogo un ordine interiore e, in prima battuta, etico. «La realizzazione etica è il primo stadio dell’unificazione dell’io, quello che consiste, dice Evola, nel darsi una legge, nel “far coincidere il proprio volere col proprio essere”. È l’accesso all’autonomia»[5]. Darsi una legge significa in ultima istanza rifiutare i legacci del mondo circostante sapendo però di doversi fare carico delle conseguenze; si tratta insomma di una scelta radicale per una libertà totale, ontologica e antropologica, che non ammette titubanze.

Disgustato dall’individualismo senza personalità, Evola si richiama al realismo eroico jüngeriano rappresentato nell’Operaio, figura che può aprire prospettive di una “nuova oggettività”. Nella realtà alienante e disgregante del paesaggio d’officina, in un mondo meccanizzato e in cui gli uomini diventano lavoratori anonimi di una catena di montaggio, Evola intravede in questa condizione di estremo pericolo anche la possibilità di una distruzione di tutti quei sentimentalismi e psicologismi che egli disprezza e che potrebbero allora essere rimpiazzati da freddezza, chiarezza, serietà e purezza, cioè da un nuovo realismo attivo. Il legame di Evola con la figura “epocale” dell’Operaio è nota e conferma le attitudini spirituali che Evola stava assumendo sin dal primo dopoguerra. I fondamentali di Cavalcare la Tigre si possono rintracciare parimenti nell’opera Lo yoga della potenza, dove il sadhana tantrico diventa la corrispondenza trascendente all’attitudine di fare del limite una potenza, di convertire la velenosità del Kali Yuga in potenzialità di trascendenza e quindi in ultima analisi di libertà, che nella Via della Mano Sinistra diventa addirittura assoluta libertà e deificazione. Questi temi non devono stupire, sono presenti sin dalle teorizzazioni artistiche di Evola, percorrono il suo periodo magico operativo, si intersecano con la figura dell’Operaio e maturano compiutamente in Cavalcare la Tigre e Lo Yoga della Potenza.

L’uomo differenziato però non si isola, non evita il confronto con il mondo circostante, ma, come suggerito dal titolo, cerca di cavalcare la belva senza farsi da essa disarcionare, in attesa di poterla domare. In altri termini, Evola raccomanda di «fare di veleno, farmaco», cioè di accettare la sfida con il distacco interiore necessario, senza farsi influenzare e corrompere, ma agendo come colui che non agisce, senza aspettative ma senza alcuna remora.

L’apolitìa evoliana, spesso considerata come il rifiuto di ogni impegno politico, è allora da comprendersi come la massima espressione della libertà dell’uomo. L’apolitìa, chiarisce Evola, «non crea dunque nessuna speciale pregiudiziale nel campo esteriore», ma raccomanda invece un atteggiamento centrato, saldamente autonomo e oggettivo. «Si è già detto che il superamento positivo del nichilismo consiste appunto nel fatto, che la mancanza di senso non paralizza l’azione della “persona”. Esclusa, in termini esistenziali, sarà solo la possibilità di agire essendo presi e mossi da un qualsiasi mito politico o sociale dei nostri giorni per aver riconosciuto serio, significativo e importante quel che presenta tutta la vita politica attuale. Apolitìa è la distanza interiore irrevocabile da questa società e dai suoi “valori”; è il non accettare di essere legati ad essa per un qualche vincolo spirituale o morale. Ciò restando fermo, con un diverso spirito potranno anche essere esercitate le attività che in altri presuppongono invece tali vincoli»[6].

Evola dunque non dice di isolarsi dal mondo, di non operare in esso nei modi richiesti dalle circostanze[7]. Egli raccomanda invece un atteggiamento interiore radicalmente chiuso a ogni influenza esterna, afferma cioè che solo grazie a un’integrità spirituale, attraverso un ordine interiore trascendente, l’uomo può mantenersi essenzialmente libero dalle correnti spirituali del mondo contemporaneo. Così egli potrà agire esteriormente restando però immobile dentro di sé; agirà senza agire, muoverà senza essere mosso. Sarà pienamente sovrano di se stesso.

[1] J. Evola, Il mistero del Graal, Ed. Mediterranee, Roma 1986.

[2] P. Baillet, Julius Evola e l’affermazione assoluta, Edizioni di Ar, Padova 1978, p. 31.

[3] J. Evola, Introduzione in Lao Tse, Tao Te Ching, Mimesis, Milano-Udine 2017,p. 11.

[4] J. Evola, Cavalcare la tigre, Ed. Mediterranee, Roma 2000.

[5] P. Baillet, op. cit., p. 76.

[6] J. Evola, Cavalcare, op. cit., p. 152.

[7] Cfr. Aa. Vv., Tradizione e/o nichilismo?, Ed Barbarossa, Saluzzo 1988.

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