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Omaggio a Ceronetti

settembre 16, 2018 6:52 am

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Ascesi e Arti Marziali: ovvero come corrodere l'Ego e "darsi alla macchia"

agosto 18, 2018 4:38 pm

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Oggigiorno sembrerebbe in aumento il numero di persone che si dedicano alla pratica delle arti marziali o, in genere, dei tanti “sport da combattimento” esistenti. Soprattutto tra coloro che si riconoscono entro una determinata Weltanschauung, sommariamente definibile come “avversa alla concezione moderna dell’esistenza e del mondo”, tale scelta pare sempre più popolare, quasi fosse una manifestazione di intolleranza verso quella “visione del mondo”  da loro osteggiata, che li vorrebbe dediti a un esistenza oziosa e viziosa, libera da ogni vincolo che non sia il mero piacere e/o tornaconto materiale.
E’ facile però notare quanto questa propensione, questo generalizzato interesse per la marzialità, si possa differenziare tra chi pratica per il gusto di “agire per agire” o anche “agire per apparire”, aspetti questi figli del mondo da loro (falsamente) osteggiato, e chi invece mira verso una più alta “ricerca formatrice”, che sia effettiva palestra per una valida e reale disciplina interiore.
Interessandoci unicamente a questi ultimi, dobbiamo quindi chiederci, quanto le Accademie attuali possono offrire a tal scopo, come esse possono forgiare, tramite il loro insegnanti e la pratica da loro proposta, una formazione anche “ontologica”, una disciplina interiore che possa esser guida dell’intera esistenza?
E’ inutile negarlo, chiunque pensasse che nelle accademie oggi si possa educare altro che vada oltre la pratica tecnica e/o fisica è in grave errore. I maestri, salvo eccezioni – quali ad esempio Davide Morini ed il suoi collaboratori del Kratos team; vedi Polemos vol. II cui si rimanda n.d.r. –, si interessano unicamente agli insegnamenti tecnici, totalmente ignari di tutte quelle valide possibilità che le attività da loro praticate permettono; in tali contesti è praticamente impossibile trovare una figura-guida che possa aiutare il praticante a superare il semplice contesto sportivo (totalmente vano per i fini qui presi in esame) e sviluppare quella “cerca interiore” da lui ambita. E’ pertanto di assoluta importanza, come caratteristica preliminare, che chi attua tale percorso abbia una coscienza del proprio operare chiara e precisa, percorra in totale fermezza il sentiero intrapreso, di modo che non ci si scoraggi o peggio ancora, si smarrisca la reale finalità, rendendo il mezzo un fine.
Occorre però chiedersi ora, come riuscire a mantenere risoluto lo sguardo verso la meta pur allenandosi in tali contesti? Come mantenere attiva la coscienza e superare quelle sensazioni di vacuità e superficialità che le accademie attuali son solite suscitare?
Per  poter progredire secondo scopo e percorso, in risposta quindi al quesito, è di fondamentale importanza attuare lo jungeriano “Passaggio al bosco”. Passare al bosco – o per certi versi “darsi alla macchia” n.d.r. – significa formare interiormente se stessi tramite l’azione esterna, senza però che questa azione diventi parte di essi. Significa quindi esser presenti fisicamente nelle accademie, nei ring, nei tatami senza che questo comporti un automatico prostituirsi alle “scorie” e “impurità” che questa modernità, anche in tali contesti, diffonde, svelando cosi un nuovo modo di intender gli allenamenti.
Solo in questo modo è possibile superare la componente prettamente sportiva e materiale della pratica per renderla fucina della nostra Volontà e del nostro Essere.
Diventa cosi possibile allenarsi, frequentare l’accademia, dedicarsi a essa senza però mai concedere alle piccolezze, inutilità e brutture qui presenti di insinuarsi tra le mura della “cittadella” interiore, utilizzando anzi tali distrazioni come ulteriore “materiale formativo” per disciplinare la propria volontà e mantenersi fermo nelle proprie intenzioni.
E’ ora possibile attuare una sostanziale rivalutazione del contesto agonistico. Lottare, competere senza far mai di questo il fine, rendendolo piuttosto un atto per se stessi e contro se stessi; vincere quindi non per conquistare una qualche gratificazione materiale o egocentrica, ma come affermazione della superiorità della propria Volontà su se stessi e sul mondo, inverare tale Volontà, rendendola quindi Fatto. La sconfitta si tramuta in fornace utile a eliminare ogni auto-convincimento o falsa certezza formatesi nel tempo, rogo di tutte quelle false sovrastrutture che il nostro Ego tende a costruirsi e che bloccano il progresso del percorso interiore.
Solo in tal modo, attuando questa “trasposizione” sostanzialmente interiore, ontologica, ci si può dedicare in modo completo e proficuo alla pratica di tali arti, solo in tal modo l’agire non si perde nell’informe “azione” ma si “coagula” in sostanza e materia disciplinante, rendendo il percorso una efficace cerca e formazione interiore.

di D. (Solitvdo) 

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Der kampf geht weiter

maggio 4, 2018 9:56 pm

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Il 22 aprile più di cento attivisti del centro sociale torinese Askatasuna sono partiti alla volta di Claviere e Nevache in risposta al presidio dei militanti di Generazione identitaria che avevano organizzato un’efficace provocazione contro il transito di clandestini al confine tra Italia e Francia. Come era accaduto i primi giorni di marzo a Firenze, anche in questa occasione si è vista in atto un’alleanza operativa tra centri sociali, No tav e immigrati. Si tratta di un fenomeno su cui è necessario vigilare e a cui è bene dedicare un poco di attenzione.

Nel corso degli anni il pretesto dell’opposizione alla costruzione dei 235 km della Nuova Linea ferroviaria Torino–Lione è servito ai militanti anarchici, comunisti e antifascisti per creare una sorta di zona franca, periferica rispetto alle città più importanti, dove mettere in atto una forma di addestramento alla guerriglia. È quanto meno curioso che proprio le proteste dei No tav abbiano fornito spunti di riflessione ad esempio all’ambiente dell’estrema sinistra greca. Anche in Grecia peraltro la saldatura tra immigrati e centri sociali appare un fenomeno ben radicato nel quartiere ateniese di Exarchia. Ebbene, mentre quest’ultimo è senza dubbio considerabile un buco nero in cui si nascondono traffici criminali di vario genere, l’alleanza tra militanti antifascisti e “l’esercito di riserva” extraeuropeo condensa un potenziale di conflittualità che non va trascurato.

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Le proteste dei No tav, continuazione sotto altra forma delle violenze organizzate del G8 di Genova, hanno fornito insomma gli spazi e i tempi alla sinistra estrema per addestrarsi almeno superficialmente alla guerriglia e alla violenza di strada. A questo si aggiunge oggi il coinvolgimento, con i soliti pretesti del razzismo e dei diritti delle minoranze, di immigrati provenienti dai paesi del cosiddetto Terzo mondo. Questo risulta oggi necessario per via della crescente marginalità di determinati ambienti estremistici, incapaci di fornire elaborazioni teoriche di spessore e agenti, più o meno consapevolmente, come longa manus del caos sistemico mondialista.

Protette, finanziate e sobillate queste aree politiche genericamente accomunate da un antifascismo isterico e violento, si pretendono anti-globaliste e anti-sistemiche ma poi in tutto e per tutto assecondano i processi che accelerano la mondializzazione finanziaria, l’omologazione dei popoli, la distruzione delle identità culturali, la perdita delle tradizioni locali, l’abbassamento del livello di vita; il tutto in nome della religione dei diritti umani imposta dalla potenza americana a inizio ‘900 e di un’infantile “fratellanza universale” priva di centratura.

In questo calderone di luoghi comuni, ignoranza e bassa criminalità vengono attirate le masse di immigrati in cerca di fortuna, adeguatamente imbottite di risentimento e invidia da parte di “portavoce” ufficiali dalla discutibile limpidità. Come detto lo si è visto a inizio marzo a Firenze e lo si è visto più recentemente in Piemonte: la violenza organizzata dei centri sociali si appoggia sulla forza di un “esercito di riserva” che per ora si riesce a manipolare a piacimento.

I No tav hanno peraltro dimostrato di saper tenere testa alla Polizia di frontiera e questo dovrebbe indurre un’ulteriore riflessione sull’opportunità o meno di concedere simili zone franche in cui lasciare che si sviluppino certi “talenti”. Forse questo rientra in una strategia più ampia che si fatica a scorgere, e che si può solo supporre vada nella direzione di una graduale e costante intensificazione della pressione sulla realtà sociale per portare caos e violenza nelle città. Questo spiegherebbe la funzione per ora marginale delle masse di immigrati che presto o tardi finiranno inevitabilmente per “imparare il mestiere” e magari per rimpiazzare i loro presunti capetti dei centri sociali, i quali probabilmente sconteranno sulla propria pelle la speranza di poter controllare i loro “fratelli migranti”.

Sarebbe questa la strada per sollecitare nel modo più spontaneo possibile una reazione popolare in risposta alle crescenti violenze di strada. Non passa settimana che la cronaca non riporti di aggressioni brutali a Mestre o a Milano, ma se ai casi isolati si affiancassero le devastazioni e le intimidazioni di interi gruppi di immigrati accompagnati da militanti di sinistra, allora le cose potrebbero andare nella direzione di scontro aperto con gli autoctoni per il semplice controllo del territorio e la sopravvivenza.

Può darsi che si tratti solo di esagerazioni, ma quando un episodio si ripete con le stesse modalità e in intensità crescente nel tempo, ciò sta a indicare che vi è una dinamica in corso. Forse questa non sarà rigidamente controllata, forse si lascerà che le cose vadano da sé, ma sembra possibile se non probabile che la pressione contro l’identità dei popoli europei andrà crescendo, costringendo o a una reazione che, se non strategica e progettuale, non porterà a nulla di buono.

Le reazioni, specie se sull’onda dell’emotività, devono sempre essere evitate. Ciò che fin da ora si può fare è non limitarsi a opporsi allo stato di cose attuale, ma tentare di fornire un modello di vita alternativo, quanto più possibile autosufficiente e in grado di reggere a periodi di crisi e pericolo. I nuclei vivi in cui si assicura la cultura di un popolo sono il clan, la famiglia e la comunità. Sono strutture su cui è possibile lavorare, sviluppandole non come scialuppe d’emergenza, ma concependole come nuclei vivi operanti nel mondo, in grado di diffondere un esempio di bellezza, coraggio, operosità ed equilibrio.

Considerato quanto in profondità le istituzioni siano impregnate della stessa visione del mondo operante attraverso gli atti di estremismo sopra discussi, appare sempre più difficile pensare a una risposta costruttiva da parte dell’attuale classe gestionale. È forse ormai una pia utopia credere che esistano organi istituzionali sani, dato che spesso si tratta di singoli individui i cui tentativi di arginare fenomeni disgregativi vengono ben presto soffocati e supervisionati dalla forza del numero. Pertanto il punto di partenza, l’ancoraggio sicuro, è la comunità resiliente, quella cioè che può considerarsi autosufficiente sotto ogni punto di vista.

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Caos

maggio 1, 2018 4:08 pm

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Di Marco Zenesini

Nel presente momento storico, chiunque disponga di certa lungimiranza non può che trovarsi a constatare un sempre più effettivo processo di degenerazione, su una pluralità di livelli che comprende tanto la politica quanto i costumi, tanto la cultura quanto le arti, tanto l’economia quanto le componenti sociali di base, a cominciare dall’inarrestabile flusso migratorio di cui l’Europa è da anni oggetto.

Vi sono forze le quali, da tempo, intendono opporsi a tutto ciò. In tal senso, si deve notare che una reazione è sempre auspicabile, in particolare nell’ambito di contingenze che tutti noi riguardano.

Al contempo, tuttavia, sovviene la lezione di due testi fondamentali e normativi, ferma restando la necessità della loro contestualizzazione: Cavalcare la tigre di Julius Evola e La disintegrazione del sistema di Franco Giorgio Freda.

Senza dilungarsi in sintesi inopportune, lo studio dei succitati testi porta ad un interrogativo, dal quale ciascuno può sortire le proprie conclusioni. Vale a dire: è possibile arrestare il caos che ci circonda, o non è piuttosto preferibile che esso acceleri, proprio perché si può ritenere che solo dal raggiungimento del suo culmine sia concepibile l’emersione di un nuovo ordine, promanante dal dinamico flusso tradizionale?

Si tratta, peraltro, di una concezione che può avere anche conseguenze pericolose, come già accadde in altri anni; ma si è spesso portati a pensare che ogni cambiamento non possa avvenire se non a patto di attraversare più di un inferno in terra.

Questo comporterebbe la prevalenza della concretezza del fatto storico rispetto al dominio dell’azione verbale, su cui si fonda ormai l’essenza dell’attività politica stessa. Occorre altresì considerare che non si deve nemmeno pensare di cadere nell’errore di attribuire all’animale politico umano capacità di mutamento delle condizioni reali che, in parte, non ha: vi sono fattori, come sappiamo, indipendenti dalla sua volontà, ed il cui potenziale non potrà mai essere pienamente compreso, né razionalizzato.

In tal senso, ciò costituirebbe anche un coerente banco di prova per ciascuno. Un ritorno all’essenzialità, del tutto esente da ogni edulcorazione. Produrrebbe la maturazione di caratteri ben diversi da quelli che si ritiene debbano essere gli unici accettabili nel presente contesto sociale.

Tifare caos? Forse l’espressione può apparire inappropriata, o semplicistica. Tuttavia, essa esprime sostanzialmente quanto costituisce l’oggetto delle presenti considerazioni.

Allo stesso modo, induce a ritenere che quelle di molti esponenti del pensiero cosiddetto pessimista, da Albert Caraco ad Emil Cioran, non fossero meri esercizi di stile, né arbitrarie fantasie, ma preveggenza…

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Considerazioni al termine delle celebrazioni per il Natale di Roma del 21 Aprile 2018

aprile 23, 2018 7:42 pm

Non preghi un Dio chi non sia un Dio!

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La vicenda leggendaria del primo Re di Roma, Romolo, nella quale si condensano miti e ascendenze dal comune passato indoeuropeo ci danno l’occasione per una serie di riflessioni sui significati della regalità, della ritualità e dell’interiorità di chi occupa il potere sovrano.

Il termine Rex romano, come vorrebbe E. Benveniste, deriverebbe da un comune termine indoeuropeo (Rig, da cui il celtico Vercingetorix, Raja sanscrito, Rex latino) il quale farebbe riferimento alla funzione primordiale del sovrano di tracciare una linea retta, stabilendo così un confine sacro, un limite ed una regola. Stabilirebbe in altre parole un ordine sacro; ordine il quale in sanscrito rta si collega semanticamente anche al rito.

Ma cos’è dunque il rito? Per Mircea Eliade il rito è un nuovo inizio che invera nuovamente l’origine nella storia, permettendo dunque quell’irruzione del sacro di cui parla anche G. Casalino. L’origine corrisponde cosmologicamente ad un sacrificio primordiale, ad una messa a morte, che non crea ex nihilo ma che plasma una realtà preesistente. Lo squartamento del macrantropo primordiale, Ymir per i norreni, Purusha per gli inni vedici, è la scaturigine del cosmo ordinato. Così nel mondo latino al tracciare il solco da parte del Rex/Rig Romolo corrisponde successivamente l’uccisione di Remo, il quale non è in grado di mettere ordine e sacralità al contrario del fratello.

La sovranità del mondo indoeuropeo conosce delle coppie di sovrani, simbolicamente rappresentabili come il cielo notturno ed il cielo diurno. Quest’ultimo è quello che richiama il termine latino Deus, sanscrito Deva, greco Zeus, alto germanico Tiuz/Ziu/Tiwaz poi espresso come Tyr dagli scandinavi, Mitra per gli indoiranici. D’altro canto di non meno importanza e cosmologicamente anteriore si staglia il cielo notturno di Varuna, di Urano e di Wuotanaz. Nella storia leggendaria di Roma a Romolo spetta la funzione “varunica” mentre a Numa quella propriamente diurna, sacra e legislativa di Numa.

Sempre per Benveniste il germanico Wuotanaz e il latino Dominus sarebbero strettamente accomunati. Il primo indicherebbe il signore della schiera dei posseduti (angriffenheit) dal furore (id est furor lo definì Adamo da Brema) che solca i cieli notturni d’inverno nella caccia selvaggia. Il secondo sarebbe il signore della Domus, non intesa come edificio ma come comunità sacra e sociale al tempo stesso.

Romolo, conformemente alla sua funzione varunica, durante la battaglia cruciale contro i potenti riproduttori, i sabini, conseguente al tradimento della vestale Tarpeia, alzate le armi al cielo comanda magicamente a Iuppiter di intervenire e di cambiare le sorti della battaglia e così accade. Come giustamente ricordato pubblicamente da L. Valentini e G. Casalino nelle recenti celebrazioni del Natale di Roma, qualificare come “magico” l’intervento del sovrano latino ricorda il termine tedesco macht e inglese make.  Un altro sovrano del cielo notturno, Wotanaz nella prima guerra del mondo contro i Vani, potenti riproduttori anch’essi, esercita il suo potere a distanza, scagliando la sua lancia nella battaglia susseguente l’irruzione della gigantesca Gullveigr, senza intervenire direttamente nella mischia. Se la Vestale è chiaramente legata al fuoco di Vesta così Gullveig viene bruciata tre volte rinascendo sempre.

Così l’effetto immediato, comandato dal sovrano “terrifico” e “tremendo” Romolo, è determinato dal suo non appartenere ad una umanità ordinaria, ma piuttosto ad una umanità qualificata in senso spirituale. “Non preghi un dio chi non sia un dio” d’altro canto è stabilito dalla letteratura vedica. Romolo che verrà poi divinizzato come Quirino viene non a caso assunto in cielo.

In questo senso G. Casalino nell’ultimo numero della rivista “Pietas” parla della <<forza necessitante del rito ben eseguito, il suo potere di rendere la realtà visibile specchio dell’ordine divino. L’inesistenza di problemi di natura psichica e/o sentimentale in chi compie il rito ai fini dell’efficacia>>. D’altro canto è ben noto il detto di Plotino <<Non sono io che devo andare agli Dèi ma gli Dèi che devono venire a me>>.

Solo calore interiore della pratica spirituale, il tapas conseguente alla trasformazione interiore dell’uomo propiziata dal fuoco sacrificale di Agni/Ignis rendono l’uomo in grado di imporre questa “macht” sulle forze invisibili. D’altro canto dal latino tepeo, la cui assonanza con taps è evidente, deriva l’italiano tepore.

Non a caso, la mistica cristiana di Meister Eckhart parla del distacco come superiore alla pietà e alla compassione: poiché il distacco operando nell’interiorità dell’uomo quello svuotamento, quel silenzio che fa risuonare il vero urgrund, il fondo dell’uomo, agisce necessariamente attirando Dio nell’interiorità dell’uomo, poiché il distacco e il vuoto interiore sono necessitanti come in un processo fisico. Raggiunto il supremo distacco Dio non può non riempire tale vuoto interiore.

Dunque resta imperativo rendersi atti a far intervenire necessariamente la divinità tramite la nostra azione spirituale interiore la quale può rendersi autonoma rispetto a qualsiasi sfoggio di erudizione, di mitologia e di formalistica rituale.

In collaborazione con Ereticamente che ringraziamo

Non preghi un Dio chi non sia un Dio! – Andrea Anselmo

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