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Ricognizione semantica - Marco Zenesini

gennaio 9, 2018 9:54 pm

ostia rifatta

Ricognizione semantica

La semantica costituisce la scienza che, sostanzialmente, definisce il significato concettuale delle parole.

Nel corso dei secoli, nel passaggio – per quanto ci riguarda – dal latino, al volgare, alla moderna lingua italiana, abbiamo assistito a molteplici fenomeni di corruzione non solo nei termini del significante, giusto per usare lemma che, alla semantica, attiene, ma del significato.

Parlando di lingua latina, ne siano esempio tre: honestas, virtus, humilitas.

Il lettore contemporaneo rimarrà forse stupito nell’apprenderne l’antica accezione; ma è pur vero che, talvolta, occorre fare i conti con la realtà storica, la quale non è sempre rassicurante come certa edulcorata pseudo – cultura vorrebbe far credere.

Honestas: nell’uso comune, il termine “onestà” assume rilievo soprattutto in riferimento alla sfera pubblica, ed in particolare alla politica ed all’amministrazione.

Nel sistema valoriale romano, invece, si era “onesti” anzitutto nei rapporti con i privati, con i consimili. Il concetto indicava, più correttamente, la probità, la correttezza, la lealtà.

Mentre oggi, al contrario, è invalso lo stereotipo per il quale un personaggio pubblico, nella propria vita privata, possa fare ciò che vuole, con i suoi soldi (si noti come il termine di riferimento ricada sempre sulla sostanza pecuniaria…), il vir romano doveva essere irreprensibile in ogni contesto. Osservare un comportamento tanto rigoroso da aver perfino creato un idiomatismo proprio della nostra attuale lingua, quell’“essere come la moglie di Cesare” che vale ad indicare una condotta, come si suole dire, al di sopra di ogni sospetto.

Passando alla Virtus, occorre notare come il concetto in questione sia stato particolarmente corrotto da secoli di devozione cristica. “Virtuoso” è, sostanzialmente, il sottomesso che nulla si concede e che è sempre pronto a porgere l’altra guancia, seguendo il precetto evangelico. Al contrario, il Romano virtuoso era, appunto, il Vir, con tale termine indicandosi la differenza rispetto a quella di homo, che è puramente biologica. Il Vir è il combattente, il legionario, il patrizio che, come Marco Furio Camillo, di fronte ad una comoda via di fuga mediante corruzione, risponde duro, ai Galli invasori, “Non auro, sed ferro, recuperando est patria”, ossia che la propria terra non può essere salvata grazie a quanto di più effimero vi sia, la ricchezza, bensì con il combattimento, a costo del proprio sangue, della propria vita.

Infine, l’Humilitas. Anche per tale termine, potrebbero valere le stesse parole di cui sopra. Oggi, l’“umiltà” pare essere diventata una preziosa qualità: cosa del tutto normale in una società di automi, incapaci di ogni slancio, di ogni amor proprio, dediti esclusivamente alla cura dei propri appetiti materiali. Per il Romano, essere “umili” significava essere ancor meno che uomini, pronti a tutto pur di realizzare un fine, solitamente basso.

Breve digressione, questa; ma spero che il benevolo lettore possa farsi un principio d’idea su come la corruzione linguistica sia, soprattutto, etica.

Marco Zenesini

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Might is Right - La ragione della forza - Prima edizione Italiana

gennaio 5, 2018 9:38 pm

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LOKI - Il fuoco della “Parola Qualificante” J. Haudry

dicembre 20, 2017 8:40 pm

Il testo di Jean Haudry LOKI – Il fuoco della “Parola Qualificante” , ad oggi inedito in Italia, beneficerà presto di una traduzione italiana curata dalla redazione di Polemos, con il testo francese a fronte. L’autore, professore emerito presso l’università di Lione, collega di G. Dumezil e già collaboratore tra gli altri di A. De Benoist, è conosciuto al pubblico italiano prevalentemente per il suo testo Gli Indoeuropei, edito da edizioni di Ar. Ad oggi non è ancora noto il suo interesse specifico per una delle figure più controverse del pantheon nordico, quell’oscuro trickster che porta appunto il nome di Loki. I collegamenti al mondo vedico indiano, all’epica greca e al folclore celtico rendono più chiaro il legame tra Loki e l’elemento del fuoco, in particolari accezioni che l’attento lavoro filologico e linguistico del professor Haudry rivelano in maniera evidente. Importanti le implicazioni di ordine culturale, spirituale e antropologico che rinsaldano ancora di più il legame tra le varie forme in cui si è manifestata la tripartizione ideologica indoeuropea. Questa, lungi dall’essere semplicemente una astratta formulazione accademica, si presenta invece come un profondo strumento di indagine dell’immaginario dei nostri progenitori, un immaginario tale da non assopirsi mai del tutto e che agendo nel profondo della identità culturale ancora riemerge talvolta nelle trame dell’esistenza. Solo in questa prospettiva comparativa è dunque possibile arrivare a comprendere e far proprio il significato spirituale del mito, scollegandolo da luoghi comuni moderni che soprattutto sulla figura di Loki e del pantheon germanico spesso rischiano di fuorviare i lettori meno attenti verso interpretazioni filologicamente poco fondate.

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Purificarsi delle scorie

novembre 10, 2017 7:32 am

34942167781_3c6de2cdda_bOgni giorno veniamo chiamati a una scelta fondamentale ma non sempre ce ne rendiamo conto. Dobbiamo infatti decidere se essere noi stessi o lasciarci trascinare dalla corrente.

Presi nei numerosi impegni della giornata, distratti e stressati da scadenze e appuntamenti, ci adeguiamo alla situazione e tiriamo avanti. Questa massa informe grava sul nostro corpo e sulla nostra mente come un macigno che ci logora e consuma. A meno che non si abbia la fortuna di svolgere un lavoro totalmente motivante e soddisfacente, ogni giorno presenta le stesse difficoltà da superare e un carico di stanchezza da gestire. Possono sembrare questioni triviali e di poco conto, ma non lo sono, visto il peso che hanno nella nostra esistenza quotidiana.

Mentre le ore scorrono e i giorni passano si deposita uno strato impercettibile di polvere sul nucleo vivo della nostra personalità, quel fondo carico di passioni e progetti che per compromesso con la realtà o per resa incondizionata viene messo a tacere per adeguarsi alla società dei consumi di massa. Al lavoro ripetitivo e deprimente si associa infatti una serie di passatempi massificati secondo un calcolo che risponde in primo luogo alle esigenze del mercato. Tutto diventa numero e statistica.

Ogni nuovo giorno è un confronto con un mondo dal quale ci sentiamo estranei ma col quale dobbiamo fare i conti. E allora ogni giorno dobbiamo cercare di mettere all’angolo e controllare il nostro lato peggiore, quello cioè che dovrebbe quindi essere solo lo strato più superficiale e immediatamente visibile. È possibile farsi scudo dalle influenze disgregative della massificazione livellante lavorativa e consumistica mantenendo vivo e vigile il proprio nucleo interiore. Per fare ciò bisogna in primo luogo imparare a trattare con indifferenza e impassibilità sempre crescenti le pressioni quotidiane e che rispondono a basse necessità di sopravvivenza. Fare quel che si deve, facendo però in modo che esso non influisca in alcun modo sulla nostra vita quotidiana. Detto altrimenti: non portarsi il lavoro a casa. Può sembrare una frase fatta, ma è il primo passo verso una liberazione dalle patologie della nostra epoca.

Rompere la routine percorrendo un tragitto alternativo nel ritorno a casa, praticare ogni giorno un po’ di attività fisica, concentrarsi nella lettura, dedicarsi alla cura del giardino oppure alla cura della casa, passare del tempo in modo costruttivo ed educativo coi propri figli, incontrarsi con amici con cui si condividono interessi profondi ecc. sono tutte strategie per vivere davvero il tempo e rompere la morsa della massificazione. I suoi tentacoli s’insinuano in ogni aspetto umano, e sta pertanto alla presenza di spirito di ciascuno il compito di non omologare il proprio tempo e le proprie attività allo stile basso e volgare di un’epoca di sfinimento psico-fisico.

Ancora, ritagliarsi momenti di libertà, piccole oasi nel deserto che possono sorgere anche nel pieno del peggiore ambiente lavorativo, anche nella più avvilente condizione impiegatizia. Messo alle strette lo spirito umano può trovare vie di fuga stupefacenti e ogni mezzo è lecito per aprire spiragli di luce nel grigio che talvolta avvilisce in modo soffocante.

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Ogni giorno dobbiamo sforzarci di trovare il modo di mettere a tacere quella voce che ci spinge a razionalizzare, giustificare e ad angosciarci per un lavoro che facciamo per puro dovere. Non serve a niente razionalizzare, non c’è niente da spiegare. Finché non sia possibile cambiare la propria condizione lavorativa, bisogna prima di tutto operare per cambiare la propria vita in generale, nel molto tempo che resta al di fuori del lavoro. Perciò bisogna purificarsi ogni giorno delle scorie che si depositano sui nostri pensieri e sui nostri muscoli, liberarsi del nervosismo e delle tensioni facendo qualcosa di positivo e produttivo.

All’alba dobbiamo sempre tenere a mente qual era la consegna delfica: “Conosci te stesso”. Questo comando non ha nulla a che vedere con una indisciplinata e sconclusionata libertà di fare tutto quel che si vuole, ma raccomanda piuttosto un raccoglimento nel proprio essere autentico, una conquista del proprio nucleo vivo e un conseguente disciplinamento di tutte le nostre debolezze e bassezze. Quando la giornata inizia noi ci troviamo di fronte alla necessità di sacrificare i lati peggiori di noi stessi, quelli che ci vorrebbero deprimere e fiaccare in preda alla stanchezza e alla routine per consegnarci, sfiniti, nelle fauci del meccanismo consumistico globale. Perciò bisogna restare desti, stare nel m

ondo senza appartenervi per appropriarsi di ciò che può risultare buono e utile per i nostri scopi. Attraverso l’esercizio fisico e il raccoglimento nella lettura è possibile liberarsi delle scorie che indeboliscono la nostra volontà per dare sempre maggior forza e sicurezza alla nostra capacità di plasmare il mondo circostante secondo la nostra visione delle cose.

Quello che gli occhi vedono è sempre il simbolo di ciò che lo spirito percepisce. È quindi di fondamentale importanza operare una rottura degli schemi stilistici, simbolici ed estetici oggi dominanti così da imporre una nuova esperienza dello spazio circostante. Questo significa vivere una vita secondo il proprio essere profondo, nella libertà che sorge dall’affrancamento dai legacci della società contemporanea. Una libertà che richiede sempre impegno e sacrificio, capacità di affinare e purificare se stessi dalle scorie della vita di tutti i giorni, così che si possa alla fine sopportare la realtà quotidiana senza esserne contaminati.

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Polemos, in escursione

ottobre 26, 2017 7:43 pm

 

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«…Prendi atto della situazione, serviti dei tuoi mezzi, tu devi obbedire al tuo metodo, là dove tu hai creato, non puoi tirarti indietro -: tu rappresenti regni che non è dato interpretare e nei quali non ci sono vittorie».

Gottfried Benn

 

 

 

 

 

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