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Quel giorno innalzammo la bandiera del Clan

giugno 26, 2020 7:33 am

Sotto molti punti di vista è difficile dire qualcosa di originale. Quasi tutto è già stato detto, meglio e più approfonditamente, da altri più grandi autori. Ciò che i mezzadri del pensiero possono fare è scavare, arare e portare alla luce concetti e idee che nel tempo sono andate perdute. Questo può essere fatto con lentezza e perseveranza.

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Quando nel 2015 venne pubblicato per la prima volta il “manifesto” di Polemos, il testo portava con sé oltre un anno di attesa e ripensamenti. Aveva davvero senso pubblicarlo? Cosa aveva davvero da dire nell’epoca attuale?

Il confronto schietto tra menti libere ha alla fine dato vita a un’esperienza editoriale tesa ad approfondire lo studio della realtà e delle fratture attraverso le quali, nel buio del nichilismo, ancora brillano vampe di spiritualità integra. Quanto di vivo e operativo vi sia nei materiali prodotti sin qui, saranno i lettori a giudicare.

Il “manifesto” di Polemos è oramai completamente slegato dalla personalità del suo autore. Si può ben dire che ciò che allora è apparso come un’eruzione istintiva, oggi si conferma come il prodotto dello “zeitgeist” che ha impiegato come mezzo per esprimersi una persona collocata in uno spazio e tempo precisi. Il ruolo di quella persona è ora distanziato dal testo, ma il saggio non perde la sua attualità e problematicità. Qualora l’unica funzione del “manifesto” fosse quella di indurre il lettore a porsi una sola domanda radicale, allora il suo compito sarebbe assolto. Non è la risposta la cosa più importante, ma il cammino che un corretto domandare apre.

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La conflittualità attorno a cui ruota il breve saggio da cui ha preso avvio l’avventura editoriale Polemos parte da presupposti ontologici, si sviluppa su direttrici sociologiche e antropologiche e si conclude in una prospettiva di rigenerazione virile comunitaria. In estrema sintesi i passaggi possono essere così riassunti:1.  la legge dell’essere è il conflitto, espansione e contrazione, stabilità e mutamento; 2. questa instabilità vitale ha caratterizzato le originarie società umane caratterizzate in modo marcato da istinto territoriale; 3. tutte le società evolute hanno codificato il conflitto attraverso il diritto, sia in tempo di pace che di guerra esso è sempre esistito a tutti i livelli; 4. il mondo attuale tende ad appiattire le differenze per pacificare completamente l’esistenza, sebbene il conflitto continui a livelli più alti e meno esposti. Se la legge dell’essere è il conflitto, il suo totale azzeramento significa l’offuscamento dell’essere e la fine della storia. Contro questa prospettiva sorge la proposta – una delle possibili – di formare Clan tesi a rigenerare completamente la storia, la civiltà.

Perciò si è parlato di “Sovvertire il Kali Yuga”, che è in buona sostanza lo stesso che l’evoliana “negazione della negazione”. Il significante va riempito di significati, la lotta di oggi e domani, nel mondo dell’informazione e dei dati, sarà anche e soprattutto concettuale e semantica. Dunque si è parlato di Clan. È un concetto antico, che richiama le primordiali comunità indoeuropee, agli albori della storia e della civiltà. Il primo nucleo allargato di famiglie alleate tra loro per la sopravvivenza e la conquista. Il fuoco attorno a cui sedevano i capi famiglia in assemblea. La difesa del perimetro, la preparazione della battuta di caccia, la coltivazione del terreno, l’organizzazione del culto. Il Clan è il fondamento sacro in cui si raccolgono nell’essenziale i principi di una comunità di uomini. I suoi componenti sono prima di tutto i custodi dell’essere della comunità.

Se qualcosa può ancora significare il concetto su cui insiste e attorno a cui ruota tutto il “manifesto”, è precisamente nel chiedersi se sia possibile oggi formare e rendere operanti dei Clan di uomini orientati a replicare e riconfermare i canoni originari. Senza cercare una restaurazione, ma per rigenerare l’essenza dell’origine in forme nuove e differenti. Quale sia la fenomenologia del Clan non è ancora chiaro. Le sue potenzialità sono notevoli, conservano la loro validità nel momento in cui vi sia accordo tra consimili e questi vadano a creare un nucleo col preciso ed esplicito intento di dare vita a una propria legge, a un proprio mondo staccato da quello attuale. La natura, per quanto domata, è una dimensione che mette sotto pressione il corpo e la mente, richiede fatica e concentrazione. Lì l’uomo può rafforzare sé stesso. È possibile realizzare una simile prospettiva nel momento in cui si crei uno spazio vitale comunitario, una economia solidale interna, una educazione autonoma, una ritualità in grado di fissare dei simboli.

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L’idea di Clan conserva tuttavia una sua validità psichica, per così dire. Si tratta con tutta evidenza di una potenzialità “astratta” e “virtuale”, che però in un mondo tutto slegato dalla realtà materiale e sempre più proiettato al digitale mantiene una sua possibile attuabilità. Non va mai sottostimata la potenza del pensiero e dell’immaginazione. Tutta la letteratura di fantascienza per esempio ha anticipato e per certi versi indirizzato molti cambiamenti tecnologici. Sul piano politico ci sono state utopie che si sono fatte sistema e afflati romantici che hanno lasciato la loro impronta nella storia. Il pensiero progettuale è uno degli strumenti più potenti a disposizione dell’essere umano. Se la sua immaginazione è rivolta a creare mondi alternativi, non è detto che questi non possano in qualche modo trovare realizzazione storica.

Si tratti anche solo di un Clan puramente astratto, esso rappresenterà un fuoco attorno al quale si riuniranno commilitoni lontani, fratelli di spirito che hanno scelto una medesima legge ma che il destino ha separato. Poco male. Una disciplina individuale, in mancanza d’altro, è sempre possibile e ci sarà sempre una bandiera nera da innalzare, un pugno di legnetti da legare assieme, un fuoco da tenere vivo nonostante tutto.

[F.B.]

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Ancora Spengler!

giugno 22, 2020 8:51 am

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  1. Oggi, da qualsiasi prospettiva la si guardi, la civilizzazione occidentale appare in decadenza e, forse, sull’orlo del collasso definitivo. Il punto di vista di ciascuno favorirà alcuni aspetti piuttosto che altri: il lato economico o quello religioso, quello politico o quello culturale, la prospettiva identitaria o altro ancora. Una cosa non esclude l’altra, ma certamente un progressista tenderà a ragionare in termini diversi da un conservatore. Comunque sia, in estrema sintesi, bisogna riconoscere che da più lati, la condizione attuale dell’Europa e dell’Occidente viene percepita come in piena crisi. Le risposte alle sfide attuali sono molto diverse, ma è probabile che si vada verso un chiarimento di campo, che determinerà una radicale e decisiva distinzione tra le forze della civiltà solare e quelle dell’anti-civiltà nichilista.
  2. Ad oggi le cose sono in movimento, Nella complessità attuale risulta difficile orientarsi e spesso si trovano appigli parziali e curiosi in personalità ambigue. Sono state tentate misure di ogni genere negli ultimi anni per contenere la crisi economica, ma come ben si vede sono servite a poco. L’immigrazione ha prodotto disagio, insicurezza, disgregazione sociale. L’educazione scolastica arranca e così ogni altro aspetto della vita. Ciò sta a indicare che le risposte tentate fino a oggi si sono rivelate inadeguate. In questa fase storica tutto è in movimento, si parla di transizione tecnologica ed energetica e i colossi dell’high tech sono in aperta competizione tra loro. In questa fase la tattica spregiudicata ma lucida e salda nei principi ha margine di successo.
  3. Oswald Spengler non ha mai smesso di parlarci. Nella sua opera problematica e profonda ha compreso le dinamiche storiche in corso. L’Europa ha perso la sua forza essenziale, si è allontanata dal suo essere autentico per dirla con Heidegger, e da civiltà storica si è sempre più avvizzita e ridotta a civilizzazione pietrificata, impaurita, assediata. Gli imperi “di colore” prevalgono, estendono i propri interessi dove prima l’uomo europeo regnava. Il denaro sostituisce ogni culto, il consumismo annienta le identità. Così non sono nuove civiltà a sorgere e rimpiazzare le vecchie, ma un qualcosa di informe e tremendo che tutto assorbe e annienta.
  4. Una civiltà forte nei suoi principi è in grado di accogliere lo straniero. Una civiltà sicura di se stessa perché vivente nei suoi popoli, non teme l’incontro e il confronto. Nelle differenze c’è sempre possibilità di arricchimento e comprensione; nelle distanze c’è sempre un momento di possibile avvicinamento. Il vuoto però non può riempire un altro vuoto. L’immigrazione con la quale si vuole sostituire la popolazione europea autoctona non è portatrice di alcuna civiltà, ci alcuna cultura e di alcuna spiritualità. Risulta sempre più chiaro a tutti che non basteranno le genuflessioni, le sottomissioni, le rese incondizionate e le distruzioni insensate. Il mondo degli eguali giunge alle sue estreme conseguenze e si preannuncia nel regno dell’anti-civiltà. Abbattute le statue, distrutti i monumenti, uccisi i bianchi, questi sciami brulicanti non saranno in grado di costruire alcunché, niente di bello e buono potrà rinnovare l’architettura delle nostre città. Perché nessuno di questi è animato da un progetto di civiltà. Distrutta la civiltà europea e i suoi resti, sarà il tempo dell’anti-civiltà. E se qui le cose sono in fase più avanzata, non è detto che altrove il fenomeno arriverà comunque.
  5. I simboli del nuovo mondo sono i mezzi di consumo, le tecnologie e tutto ciò che attorno ad esse ruota nell’etere. Accelera la produzione, accelera l’evoluzione, accelera il controllo. Sarà più semplice monitorare attraverso algoritmi una popolazione sempre più semplificata, annichilita. Distrutto ciò che sta ad interiore homine, anche il foro interno potrà essere riempito da dati creati su misura. Tutto potrà essere comprato, formattato, riprogrammato. Le identità si comprano online, le piattaforme digitali determinano cosa si può dire e fare. Tutti si adeguano per essere parte dell’unico mondo possibile. Dell’unico mondo rimasto.
  6. Spengler sollecitava l’uomo europeo a insorgere contro la fatalità. Accettare le sfide della storia significa tentare delle vie, portare il fuoco nella notte, non abbandonare la lotta quando tutto sembra perduto. Perciò bisogna riscoprire la lunga memoria che rigenera la storia, il coraggio che conquista e fonda, l’intuito creatore che illumina. L’asse della civiltà. [FB]

 

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“Fondamenti mito-poetici del calendario slavo popolare: ciclo estivo-primaverile” Simboli eterni nel ciclo di festività estivo-primaverili

aprile 16, 2020 4:36 pm

Traduzione dal russo ad opera di G.O.

Tatyana A. Agapkina: “Fondamenti mito-poetici del calendario slavo popolare: ciclo estivo-primaverile” 2002. Capitolo I: Simboli eterni nel ciclo di festività estivo-primaverili

Parte III: Formazione del simbolismo calendariale.

Simboli Quaresimali – Prima Parte.

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Nelle tradizioni slavo-occidentali sono riscontrati in gran numero vari pupazzi calendariali, costruiti tra la terza e la quinta settimana della Quaresima e operanti nell’ambito dei rituali denominati “la distruzione di Giuda” e “l’espulsione di Marena/Smert’ “(letteralmente “Morte” G.O.). A differenza dei simboli propriamente carnevaleschi le bambole quaresimali slavo-occidentali sono privi dell’ambivalenza tipica del carnevale.

Localmente presso gli sloveni durante la Settimana Santa si praticava la simbolica “segatura della vecchia Korizma” (chiaramente un prestito proveniente da altri popoli mediterranei, ma sconosciuto sia ai croati che ai tedeschi). “La vecchia Korizma”, “Veccchia”, “Vecchia di paglia”, veniva costruita con legnetti, ai quali si dava provvisoriamente una forma femminile; poteva anche trattarsi di un pupazzo in paglia, o di una tavola sulla quale veniva disegnata una figura femminile. Come segno del giungere di meta Quaresima “la Vecchia Korizma” veniva pubblicamente tagliata a pezzi (seghettata), si veda ad esempio la ripercussione di questo rituale nella forma idiomatica ceca “tagliare la vecchia” con il significato di festeggiare la fine di metà Quaresima. Questo tipo di azioni erano accompagnate da scherzi e comportamenti oltraggiosi (compiuti perlopiù nei confronti di neofiti e bambini).

“Il Giuda”. Il tutto l’occidente del mondo slavo (presso i polacchi, i sorabi, i cechi, gli slovacchi, i moravi, i croati e i gli sloveni) in uno dei giorni della Settimana Santa (mercoledì, giovedì, venerdì o sabato) si metteva in atto una simbolica distruzione/espulsione/oltraggio di Giuda (conosciuto come “la bruciatura di Giuda”). Giuda poteva essere il nome di un pupazzo (di paglia, spesso di grandezza umana e vestito con abiti vecchi) che veniva trascinato per le strade alla vista di tutti, veniva colpito con pietre e bastoni, e successivamente bruciato, annegato, seppellito, impiccato su un albero, gettato dal campanile. Presso i cechi “Giuda” poteva anche essere una persona fisica, dopo la funzione della Settimana Santa tra i giovani, quello che correva più veloce di tutti, per primo saltava il fuoco urlando “Io sono Giuda”, scappava mentre gli altri dovevano catturarlo. Nelle regioni meridionali della Polonia, secondo alcuni ricercatori, il pupazzo di Giuda fu impiegato come sostituto della figura di Smert’ o di Marzanna. Il carattere secondario e successivo di questo personaggio è evidente non solo dalla simbologia cristiana, ma anche dalla possibilità dello scambio di denominazioni: per esempio nella regione di Rzeszow i polacchi poteva chiamare il pupazzo preparato nella notte di Venerdì Santo non sono “Giuda” ma anche “Mamuna”. Tra tutti i simboli calendariali da noi osservati, “Giuda” in maniera maggiore di altri veniva rappresentato con un solo nome: gli slovacchi e i polacchi potevano chiamare “il rogo di Giuda” i fuochi tradizionali accesi presso le chiese nel Sabato Santo; i moravi chiamavano la pira della Settimana Santa “Giuda”, gli sloveni chiamavano “lo schiacciamento di Giuda” il costume di distruggere (saltandoci sopra e colpendolo) i vecchi mobili e stoviglie in legno durante il Mercoledì Santo; i cechi chiavamano “persecuzione di Giuda” l’attraversamento del villaggio durante la Settimana Santa, quando durante il rombo di sonagli urlavano “E tu, Giuda infedele, che cosa ha fatto…”. Anche presso i cechi e i moravi negli stessi giorni delle fascine erano intrecciate a lunghi pali chiamati “barba di Giuda” e successivamente bruciate.

Tra i simboli calendariali di inizio primavera (a dire il vero non esattemente quaresimali) è conosciuta anche in Polesia “l’espulsione dell’inverno” oppure “l’accompagnamento dell’inverno”, che venivano svolti durante il momento della resurrezione. Il carattere simbolico dell’”espulsione dell’inverno” si sottolinea dalla mancanza di qualsivoglia oggetto simboleggiante l’inverno in sé. “L’inverno” veniva espulso qui mediante urla, battiti, schianti, scontri simulati, veniva “spazzato via” oppure “gettato via”.

Tra i simboli slavo occidentali più popolari relativi al periodo della Quaresima troviamo Marena/Smert’ (lett. “Morte”). Si tratta di pupazzi/bambole fatti di stoffa di grano, canapa e legnetti e altro materiale. Spesso per la preparazione di Marena venivano utilizzati due legnetti incrociati a modo di croce (il legno orizzontale rappresentava “le mani” del pupazzo) i quali erano tenuti insieme dalla solomoi, venivano issato su un asta e successivamente vestito (alle volte con un vecchio vestito ordinario, composto da vari capi, gonna, camicia, platka ecc.) la testa del pupazzo derivava da un trjapki bianco, sul quale si disegnavano gli occhi, con tanto di bocca e naso; la testa poteva anche essere simboleggiata da un grosso uovo di oca sul quale si disegnavano gli occhi e la bocca. Il pupazzo/bambola così preparato nella maggior parte dei casi veniva innalzato su un bastone o un lungo palo, oppure qualche volta veniva posato su un catafalco (ceco máry catafalco) e in questo modo si portava per tutto il villaggio. Di regola, i vestiti e il nome del pupazzo lo identificavano come femminile, ma spesso sia per via dei vestiti del pupazzo sia per le decorazioni, i ragazzi e le ragazze che partecipavano alla processione del pupazzo richiamavano riti matrimoniali. La stessa Marena poteva per esempio indossare una ghirlanda (riservata alle spose, oppure quella usata dalle damigelle della sposa).

La stragrande maggioranza dei nomi del pupazzo quaresimale appare derivare dalle radici *sm’rt e *mor-/mar-, dalle quali sono originati termini per lo più di significato negativo. Troviamo polacco Marzanna (Mara, Marena, Marzanka) slovacco Mo(a)rena, Muriena, Marmu(o)riena, Marejna, ceco e moravo e polacco, Śmierć (Śmiercicha) ceco Smrt, slovacco Ssmertka e altri. Interessante notare come presso i cechi prevalgono i derivati da *smrt, presso gli slovacchi da *mar-/mor-, mentre presso i polacchi entrambe le varianti sembrano attestate. In alcune occasioni in coppia con il pupazzo femminile, veniva composto un pupazzo maschile, slovacco dialettale Smrt’och, Dedko, Marrá k, Marroch, ceco Smrtá k, polacco Żurak (dal polacco żur lett. zuppa di magro). Tra le denominazioni troviamo polaccco Zima (lett. inverno), e anche slovacco meridionale Kyselica, Kysel’, Kysa, (dal termine slovacco per la medesima zuppa).

Se parlando delle bambole di carnevale, riscontriamo l’origine delle loro denominazioni da crononimi, significanti in differenti lingue slave il periodo di Maslenitsa, la legittimità di ciò in relazione con le bambole quaresimali appare essere invertita. Infatti non sarebbero le bambole a prendere il nome a prendere il nome dal periodo bensì viceversa, esse risultano essere le fonti delle denominazioni degli specifici giorni e della settimana santa (polacco dialettale della Silesia sud orientale) Marzanka, Marzanna niedziela, (dialetto di Podhale) Śmiertna niedziela, slovacco Smrtna nedel’a, Marejnoá  nedel’a, ceco Smrtná  nedeeele, sorabo Smjertnica (“solitamente la quarta o la quinta domenica della Quaresima).

I relativi rituali slavo-occidentali con questi simboli ciclico-calendariali sono ottimamente descritti, dunque possiamo trarne alcune osservazioni generali. Le prime testimonianze di essi (contenute sia tra i divieti della chiesa, sia nei testi dei cronisti medievali) si riferiscono alla Cechia (XIV secolo), alla Polonia (dal XV secolo) e agli slovacchi (dal XVI secolo). Le azioni riguardanti il rituale di Marena/Smert’ si racchiudono (apparte la preparazione del feticcio) in due momenti principali: la processione per tutto il villaggio con il pupazzo (dall’uscita da casa con la richiesta di benedizione oppure senza di essa) e la successiva distruzione del pupazzo. Quest’ultima nella maggior parte dei casi veniva messa in atto attraverso annegamento in un fiume, lago, pozzanghera, palude, oppure attraverso combustione, smembramento in pezzi, lapidazione, inumazione nella terra, lancio da un’altura, rottura del palo sul quale era issata la bambola, e lancio di essa nella neve o nella fanghiglia. Veniva costruito un pupazzo per un intero villaggio, e durante la processione e la sua distruzione, di regola, partecipavano una moltitudine di persone.

Attraverso le similitudini nei metodi di distruzione dei pupazzi quaresimali e del periodo di Maslenitsa (festa antico slava poi sincretizzata con la Pasqua G.O.) da noi già evidenziate precedentemente, saltano all’occhio anche le differenze, e tra di esse la più importante, appare essere che nei riti quaresimali e nelle relative credenze lo scopo della distruzione del fantoccio è specificatamente definito, mentre per quanto riguarda il pupazzo di Maslenitsa questo non avviene. La distruzione del pupazzo di Smert’, di regola, è motivata da ragioni generalmente apotropaiche e di purificazione, e soprattutto dall’espulsione della morte in quanto tale. Secondo le credenze ceche, Smert’ veniva portata fuori dal villaggio e bruciata affinchè non potesse portare nessuno con sé; dopo avere gettato il feticcio nell’acqua occorreva correre in fretta a casa, infatti se qualcuno durante la corsa fosse inciampato nel percorso a ritroso, si diceva che la morte lo avrebbe aspettato nell’anno venturo; a tale proposito i cechi gridavano “Utiikejte, smrt nas honii!” (Corrette la morte ci sta addosso!”).

I rituali di espulsione di Smert’/Marena presso gli slovacchi spesso erano proiettati concretamente sulla morte di una persona. Nei villaggi intorno a Gron, un giovane girava con la bambola di Smert’ vestita di bianco, cercava un’anziana e intonava a cantare “Smert (si) porta, per chi (la si) porta? Per l’anziana tal dei tali”, similmente alla canzone quaresimale “Muriena, Muriena, per chi sei morta? Per l’anziano vecchierello, che ha la barba rada”. Secondo alcune testimonianze, gli slovacchi portavano il pupazzo di Marena / Smert’ / Kiselitsa fuori dal villaggio solo nel caso in cui dall’inizio della Quaresima alla Domenica delle Palme nel villaggio non era morta nessuna anziana; se invece aveva avuto luogo almeno una dipartita si diceva che l’anziana morendo avesse portato Kiselitsa con sé. I cechi ritenevano che se si fosse gettata Smert’ nell’acqua direttamente davanti ad una qualche casa del villaggio, in quella casa presto vi sarebbe stato un decesso. Analoghi motivi, collegati con il liberarsi di tutto ciò che era vecchio e passato in maniera negativa sono caratteristici di tutto il ciclo di inizio di primavera.

Gli slovacchi in Ungheria ritenevano che se avessero portato Marena in processione nel villaggio non vi sarebbero state piaghe, perché Marena avrebbe preso con sé tutte le disgrazie e le malattie.

Secondo testimonianze raccolte ad inizio XIX secolo Morena sarebbe “morova zena”, la signora della pestilenza, e il rito della sua “espulsione”, sarebbe un mezzo di proteggere dalle epidemie sia gli uomini che gli armenti. Motivi riguardanti “espulsione di malanni” sono presenti anche nei canti che accompagnano l’espulsione del pupazzo come “Espelliamo la malattia, portiamo la salute!”.

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Tra i motivi ricorrenti delle credenze era presente anche il tema dell’inverno: I polacchi del voivodato di Lublino ritenevano che gettando via Marzanna avrebbero “cacciato l’inverno a mare”.  Gli slovacchi della regione di Horehronie raccontavano che un tempo quando non espulsero Marena in tempo, l’anno si rivelò insolitamente freddo, cosicchè si dovette espellerla d’estate; nei villaggi di  Turiec, dopo aver gettato in acqua la bambola di Morena, si usava dire che  “si aveva affogato l’inverno” e i cechi, circumnavigando il villaggio con “Smert’”, dicevano che loro stessi “stavano seppellendo l’inverno”.

Il simbolo calendariale di questo periodo poteva essere incorporare anche il piatto tipicamente  consumato in passato durante tutto il periodo del digiuno quaresimale: similmente troviamo in slovacco i termini Kysel’ica, Kyselka e il polacco Żurak, come denominazione di pupazzi/bambole che portavano lo stesso nome dello stufato acido molto popolare nel periodo della Quaresima. Il pupazzo quaresimale veniva cosi ad associarsi anche con l’essere affamati durante l’inedia primaverile: nei villaggi di Turiec mentre si portava fuori il pupazzo “Dedko” (letteralmente “nonnetto”), i giovani cantavano “Dedko, oh nostro dedko, tu hai consumato tutto il nostro cibo”. Infine la processione di Marena poteva essere motivata con altre considerazioni come ad esempio: evitare che la grandine distruggesse il raccolto, affinchè espellesse tutto lo sporco e l’impurità, e affinchè le ragazze potessero trovare marito.

In tutte le canzoni e cori che si accompagnavano alle azioni relative a questi simboli quaresimali è presente il motivo della rimozione dei feticci dai confini dello spazio culturale (come “Abbiamo portato Morena fuori dal villaggio”).  Per quanto riguarda motivi esprimenti rimpianto per la fine del della Quaresima (simili a quelli incontrati nella festività russa di Maslenitsa) in questo caso non sono presenti.

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marzo 12, 2020 2:43 pm

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Jean Haudry LOKI – Il fuoco della «Parola Qualificante»

ottobre 11, 2019 2:45 pm
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Quante volte abbiamo sentito parlare di mitologia in termini fantasiosi, distorti o filologicamente poco fondati?
 
Con tutta la modestia del caso Polemos Forgia Editrice presenta oggi dopo quattro lunghi anni di preparazione il proprio contributo al dibattito sulle nostre origini spirituali.
 
Il testo di Jean Haudry LOKI – Il fuoco della «Parola Qualificante» viene qui presentato per la prima volta al lettore italiano. L’autore, professore emerito presso l’università di Lione e redattore della rivista Études Indo-Européennes, è conosciuto al pubblico del nostro paese prevalentemente per il suo testo Gli Indoeuropei, edito dalle Edizioni di Ar. Non è ancora stato però reso noto ai più il suo interesse specifico per una delle figure più controverse del pantheon norreno, quella multiforme divinità che porta il nome di Loki.
Costui è per Haudry principalmente un esempio di fuoco divino specificatamente indoeuropeo, provvisto di un eloquio ardente e spregiudicato, unito ad un comportamento a tratti pericoloso e ambiguo, così come i suoi numerosi omologhi quali Prometeo, Hermes, Liber Pater, Agni o Rudra.
Le numerose interpretazioni accademiche – riportate nel saggio introduttivo – che si sono succedute in merito a Loki fanno dunque pienamente giustizia del suo carattere multiforme, spesso aduso ai travestimenti, alle maschere e all’inganno. A Loki infatti si sono dedicati prima J. De Vries con il suo The Problem of Loki, e poi G. Dumezil con il suo Loki.

I collegamenti al mondo vedico indiano, all’epica greca e al folclore celtico rendono più chiaro il rapporto tra Loki e l’elemento del fuoco, in particolari accezioni che l’attento lavoro filologico e linguistico del professor Haudry rivela in maniera evidente.

 

La figura di Loki viene quindi definitivamente riconsegnata all’autentico pantheon indoeuropeo sgombrando il campo da interpretazioni cristianeggianti, gnostiche o di presunte origini preindoeuropee di questo «fuoco della parola» germanico.

Si ringraziano Francesco Boco per l’impaginazione e il progetto grafico e Leo Hjart per le preziose illustrazioni. Un ringraziamento particolare anche a chi ci ha supportato nell’interminabile attività di rilettura e correzione delle bozze.

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