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“Fondamenti mito-poetici del calendario slavo popolare: ciclo estivo-primaverile” Simboli eterni nel ciclo di festività estivo-primaverili

aprile 16, 2020 4:36 pm

Traduzione dal russo ad opera di G.O.

Tatyana A. Agapkina: “Fondamenti mito-poetici del calendario slavo popolare: ciclo estivo-primaverile” 2002. Capitolo I: Simboli eterni nel ciclo di festività estivo-primaverili

Parte III: Formazione del simbolismo calendariale.

Simboli Quaresimali – Prima Parte.

marazanna 2

Nelle tradizioni slavo-occidentali sono riscontrati in gran numero vari pupazzi calendariali, costruiti tra la terza e la quinta settimana della Quaresima e operanti nell’ambito dei rituali denominati “la distruzione di Giuda” e “l’espulsione di Marena/Smert’ “(letteralmente “Morte” G.O.). A differenza dei simboli propriamente carnevaleschi le bambole quaresimali slavo-occidentali sono privi dell’ambivalenza tipica del carnevale.

Localmente presso gli sloveni durante la Settimana Santa si praticava la simbolica “segatura della vecchia Korizma” (chiaramente un prestito proveniente da altri popoli mediterranei, ma sconosciuto sia ai croati che ai tedeschi). “La vecchia Korizma”, “Veccchia”, “Vecchia di paglia”, veniva costruita con legnetti, ai quali si dava provvisoriamente una forma femminile; poteva anche trattarsi di un pupazzo in paglia, o di una tavola sulla quale veniva disegnata una figura femminile. Come segno del giungere di meta Quaresima “la Vecchia Korizma” veniva pubblicamente tagliata a pezzi (seghettata), si veda ad esempio la ripercussione di questo rituale nella forma idiomatica ceca “tagliare la vecchia” con il significato di festeggiare la fine di metà Quaresima. Questo tipo di azioni erano accompagnate da scherzi e comportamenti oltraggiosi (compiuti perlopiù nei confronti di neofiti e bambini).

“Il Giuda”. Il tutto l’occidente del mondo slavo (presso i polacchi, i sorabi, i cechi, gli slovacchi, i moravi, i croati e i gli sloveni) in uno dei giorni della Settimana Santa (mercoledì, giovedì, venerdì o sabato) si metteva in atto una simbolica distruzione/espulsione/oltraggio di Giuda (conosciuto come “la bruciatura di Giuda”). Giuda poteva essere il nome di un pupazzo (di paglia, spesso di grandezza umana e vestito con abiti vecchi) che veniva trascinato per le strade alla vista di tutti, veniva colpito con pietre e bastoni, e successivamente bruciato, annegato, seppellito, impiccato su un albero, gettato dal campanile. Presso i cechi “Giuda” poteva anche essere una persona fisica, dopo la funzione della Settimana Santa tra i giovani, quello che correva più veloce di tutti, per primo saltava il fuoco urlando “Io sono Giuda”, scappava mentre gli altri dovevano catturarlo. Nelle regioni meridionali della Polonia, secondo alcuni ricercatori, il pupazzo di Giuda fu impiegato come sostituto della figura di Smert’ o di Marzanna. Il carattere secondario e successivo di questo personaggio è evidente non solo dalla simbologia cristiana, ma anche dalla possibilità dello scambio di denominazioni: per esempio nella regione di Rzeszow i polacchi poteva chiamare il pupazzo preparato nella notte di Venerdì Santo non sono “Giuda” ma anche “Mamuna”. Tra tutti i simboli calendariali da noi osservati, “Giuda” in maniera maggiore di altri veniva rappresentato con un solo nome: gli slovacchi e i polacchi potevano chiamare “il rogo di Giuda” i fuochi tradizionali accesi presso le chiese nel Sabato Santo; i moravi chiamavano la pira della Settimana Santa “Giuda”, gli sloveni chiamavano “lo schiacciamento di Giuda” il costume di distruggere (saltandoci sopra e colpendolo) i vecchi mobili e stoviglie in legno durante il Mercoledì Santo; i cechi chiavamano “persecuzione di Giuda” l’attraversamento del villaggio durante la Settimana Santa, quando durante il rombo di sonagli urlavano “E tu, Giuda infedele, che cosa ha fatto…”. Anche presso i cechi e i moravi negli stessi giorni delle fascine erano intrecciate a lunghi pali chiamati “barba di Giuda” e successivamente bruciate.

Tra i simboli calendariali di inizio primavera (a dire il vero non esattemente quaresimali) è conosciuta anche in Polesia “l’espulsione dell’inverno” oppure “l’accompagnamento dell’inverno”, che venivano svolti durante il momento della resurrezione. Il carattere simbolico dell’”espulsione dell’inverno” si sottolinea dalla mancanza di qualsivoglia oggetto simboleggiante l’inverno in sé. “L’inverno” veniva espulso qui mediante urla, battiti, schianti, scontri simulati, veniva “spazzato via” oppure “gettato via”.

Tra i simboli slavo occidentali più popolari relativi al periodo della Quaresima troviamo Marena/Smert’ (lett. “Morte”). Si tratta di pupazzi/bambole fatti di stoffa di grano, canapa e legnetti e altro materiale. Spesso per la preparazione di Marena venivano utilizzati due legnetti incrociati a modo di croce (il legno orizzontale rappresentava “le mani” del pupazzo) i quali erano tenuti insieme dalla solomoi, venivano issato su un asta e successivamente vestito (alle volte con un vecchio vestito ordinario, composto da vari capi, gonna, camicia, platka ecc.) la testa del pupazzo derivava da un trjapki bianco, sul quale si disegnavano gli occhi, con tanto di bocca e naso; la testa poteva anche essere simboleggiata da un grosso uovo di oca sul quale si disegnavano gli occhi e la bocca. Il pupazzo/bambola così preparato nella maggior parte dei casi veniva innalzato su un bastone o un lungo palo, oppure qualche volta veniva posato su un catafalco (ceco máry catafalco) e in questo modo si portava per tutto il villaggio. Di regola, i vestiti e il nome del pupazzo lo identificavano come femminile, ma spesso sia per via dei vestiti del pupazzo sia per le decorazioni, i ragazzi e le ragazze che partecipavano alla processione del pupazzo richiamavano riti matrimoniali. La stessa Marena poteva per esempio indossare una ghirlanda (riservata alle spose, oppure quella usata dalle damigelle della sposa).

La stragrande maggioranza dei nomi del pupazzo quaresimale appare derivare dalle radici *sm’rt e *mor-/mar-, dalle quali sono originati termini per lo più di significato negativo. Troviamo polacco Marzanna (Mara, Marena, Marzanka) slovacco Mo(a)rena, Muriena, Marmu(o)riena, Marejna, ceco e moravo e polacco, Śmierć (Śmiercicha) ceco Smrt, slovacco Ssmertka e altri. Interessante notare come presso i cechi prevalgono i derivati da *smrt, presso gli slovacchi da *mar-/mor-, mentre presso i polacchi entrambe le varianti sembrano attestate. In alcune occasioni in coppia con il pupazzo femminile, veniva composto un pupazzo maschile, slovacco dialettale Smrt’och, Dedko, Marrá k, Marroch, ceco Smrtá k, polacco Żurak (dal polacco żur lett. zuppa di magro). Tra le denominazioni troviamo polaccco Zima (lett. inverno), e anche slovacco meridionale Kyselica, Kysel’, Kysa, (dal termine slovacco per la medesima zuppa).

Se parlando delle bambole di carnevale, riscontriamo l’origine delle loro denominazioni da crononimi, significanti in differenti lingue slave il periodo di Maslenitsa, la legittimità di ciò in relazione con le bambole quaresimali appare essere invertita. Infatti non sarebbero le bambole a prendere il nome a prendere il nome dal periodo bensì viceversa, esse risultano essere le fonti delle denominazioni degli specifici giorni e della settimana santa (polacco dialettale della Silesia sud orientale) Marzanka, Marzanna niedziela, (dialetto di Podhale) Śmiertna niedziela, slovacco Smrtna nedel’a, Marejnoá  nedel’a, ceco Smrtná  nedeeele, sorabo Smjertnica (“solitamente la quarta o la quinta domenica della Quaresima).

I relativi rituali slavo-occidentali con questi simboli ciclico-calendariali sono ottimamente descritti, dunque possiamo trarne alcune osservazioni generali. Le prime testimonianze di essi (contenute sia tra i divieti della chiesa, sia nei testi dei cronisti medievali) si riferiscono alla Cechia (XIV secolo), alla Polonia (dal XV secolo) e agli slovacchi (dal XVI secolo). Le azioni riguardanti il rituale di Marena/Smert’ si racchiudono (apparte la preparazione del feticcio) in due momenti principali: la processione per tutto il villaggio con il pupazzo (dall’uscita da casa con la richiesta di benedizione oppure senza di essa) e la successiva distruzione del pupazzo. Quest’ultima nella maggior parte dei casi veniva messa in atto attraverso annegamento in un fiume, lago, pozzanghera, palude, oppure attraverso combustione, smembramento in pezzi, lapidazione, inumazione nella terra, lancio da un’altura, rottura del palo sul quale era issata la bambola, e lancio di essa nella neve o nella fanghiglia. Veniva costruito un pupazzo per un intero villaggio, e durante la processione e la sua distruzione, di regola, partecipavano una moltitudine di persone.

Attraverso le similitudini nei metodi di distruzione dei pupazzi quaresimali e del periodo di Maslenitsa (festa antico slava poi sincretizzata con la Pasqua G.O.) da noi già evidenziate precedentemente, saltano all’occhio anche le differenze, e tra di esse la più importante, appare essere che nei riti quaresimali e nelle relative credenze lo scopo della distruzione del fantoccio è specificatamente definito, mentre per quanto riguarda il pupazzo di Maslenitsa questo non avviene. La distruzione del pupazzo di Smert’, di regola, è motivata da ragioni generalmente apotropaiche e di purificazione, e soprattutto dall’espulsione della morte in quanto tale. Secondo le credenze ceche, Smert’ veniva portata fuori dal villaggio e bruciata affinchè non potesse portare nessuno con sé; dopo avere gettato il feticcio nell’acqua occorreva correre in fretta a casa, infatti se qualcuno durante la corsa fosse inciampato nel percorso a ritroso, si diceva che la morte lo avrebbe aspettato nell’anno venturo; a tale proposito i cechi gridavano “Utiikejte, smrt nas honii!” (Corrette la morte ci sta addosso!”).

I rituali di espulsione di Smert’/Marena presso gli slovacchi spesso erano proiettati concretamente sulla morte di una persona. Nei villaggi intorno a Gron, un giovane girava con la bambola di Smert’ vestita di bianco, cercava un’anziana e intonava a cantare “Smert (si) porta, per chi (la si) porta? Per l’anziana tal dei tali”, similmente alla canzone quaresimale “Muriena, Muriena, per chi sei morta? Per l’anziano vecchierello, che ha la barba rada”. Secondo alcune testimonianze, gli slovacchi portavano il pupazzo di Marena / Smert’ / Kiselitsa fuori dal villaggio solo nel caso in cui dall’inizio della Quaresima alla Domenica delle Palme nel villaggio non era morta nessuna anziana; se invece aveva avuto luogo almeno una dipartita si diceva che l’anziana morendo avesse portato Kiselitsa con sé. I cechi ritenevano che se si fosse gettata Smert’ nell’acqua direttamente davanti ad una qualche casa del villaggio, in quella casa presto vi sarebbe stato un decesso. Analoghi motivi, collegati con il liberarsi di tutto ciò che era vecchio e passato in maniera negativa sono caratteristici di tutto il ciclo di inizio di primavera.

Gli slovacchi in Ungheria ritenevano che se avessero portato Marena in processione nel villaggio non vi sarebbero state piaghe, perché Marena avrebbe preso con sé tutte le disgrazie e le malattie.

Secondo testimonianze raccolte ad inizio XIX secolo Morena sarebbe “morova zena”, la signora della pestilenza, e il rito della sua “espulsione”, sarebbe un mezzo di proteggere dalle epidemie sia gli uomini che gli armenti. Motivi riguardanti “espulsione di malanni” sono presenti anche nei canti che accompagnano l’espulsione del pupazzo come “Espelliamo la malattia, portiamo la salute!”.

marzanna

Tra i motivi ricorrenti delle credenze era presente anche il tema dell’inverno: I polacchi del voivodato di Lublino ritenevano che gettando via Marzanna avrebbero “cacciato l’inverno a mare”.  Gli slovacchi della regione di Horehronie raccontavano che un tempo quando non espulsero Marena in tempo, l’anno si rivelò insolitamente freddo, cosicchè si dovette espellerla d’estate; nei villaggi di  Turiec, dopo aver gettato in acqua la bambola di Morena, si usava dire che  “si aveva affogato l’inverno” e i cechi, circumnavigando il villaggio con “Smert’”, dicevano che loro stessi “stavano seppellendo l’inverno”.

Il simbolo calendariale di questo periodo poteva essere incorporare anche il piatto tipicamente  consumato in passato durante tutto il periodo del digiuno quaresimale: similmente troviamo in slovacco i termini Kysel’ica, Kyselka e il polacco Żurak, come denominazione di pupazzi/bambole che portavano lo stesso nome dello stufato acido molto popolare nel periodo della Quaresima. Il pupazzo quaresimale veniva cosi ad associarsi anche con l’essere affamati durante l’inedia primaverile: nei villaggi di Turiec mentre si portava fuori il pupazzo “Dedko” (letteralmente “nonnetto”), i giovani cantavano “Dedko, oh nostro dedko, tu hai consumato tutto il nostro cibo”. Infine la processione di Marena poteva essere motivata con altre considerazioni come ad esempio: evitare che la grandine distruggesse il raccolto, affinchè espellesse tutto lo sporco e l’impurità, e affinchè le ragazze potessero trovare marito.

In tutte le canzoni e cori che si accompagnavano alle azioni relative a questi simboli quaresimali è presente il motivo della rimozione dei feticci dai confini dello spazio culturale (come “Abbiamo portato Morena fuori dal villaggio”).  Per quanto riguarda motivi esprimenti rimpianto per la fine del della Quaresima (simili a quelli incontrati nella festività russa di Maslenitsa) in questo caso non sono presenti.

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marzo 12, 2020 2:43 pm

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Jean Haudry LOKI – Il fuoco della «Parola Qualificante»

ottobre 11, 2019 2:45 pm
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Quante volte abbiamo sentito parlare di mitologia in termini fantasiosi, distorti o filologicamente poco fondati?
 
Con tutta la modestia del caso Polemos Forgia Editrice presenta oggi dopo quattro lunghi anni di preparazione il proprio contributo al dibattito sulle nostre origini spirituali.
 
Il testo di Jean Haudry LOKI – Il fuoco della «Parola Qualificante» viene qui presentato per la prima volta al lettore italiano. L’autore, professore emerito presso l’università di Lione e redattore della rivista Études Indo-Européennes, è conosciuto al pubblico del nostro paese prevalentemente per il suo testo Gli Indoeuropei, edito dalle Edizioni di Ar. Non è ancora stato però reso noto ai più il suo interesse specifico per una delle figure più controverse del pantheon norreno, quella multiforme divinità che porta il nome di Loki.
Costui è per Haudry principalmente un esempio di fuoco divino specificatamente indoeuropeo, provvisto di un eloquio ardente e spregiudicato, unito ad un comportamento a tratti pericoloso e ambiguo, così come i suoi numerosi omologhi quali Prometeo, Hermes, Liber Pater, Agni o Rudra.
Le numerose interpretazioni accademiche – riportate nel saggio introduttivo – che si sono succedute in merito a Loki fanno dunque pienamente giustizia del suo carattere multiforme, spesso aduso ai travestimenti, alle maschere e all’inganno. A Loki infatti si sono dedicati prima J. De Vries con il suo The Problem of Loki, e poi G. Dumezil con il suo Loki.

I collegamenti al mondo vedico indiano, all’epica greca e al folclore celtico rendono più chiaro il rapporto tra Loki e l’elemento del fuoco, in particolari accezioni che l’attento lavoro filologico e linguistico del professor Haudry rivela in maniera evidente.

 

La figura di Loki viene quindi definitivamente riconsegnata all’autentico pantheon indoeuropeo sgombrando il campo da interpretazioni cristianeggianti, gnostiche o di presunte origini preindoeuropee di questo «fuoco della parola» germanico.

Si ringraziano Francesco Boco per l’impaginazione e il progetto grafico e Leo Hjart per le preziose illustrazioni. Un ringraziamento particolare anche a chi ci ha supportato nell’interminabile attività di rilettura e correzione delle bozze.

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La luce notturna del nuovo inizio – note e considerazioni a margine de “Il sole di Mezzanotte – Aurora del soggetto radicale” di A. Dugin

settembre 23, 2019 2:48 pm

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La luce notturna del nuovo inizio – note e considerazioni a margine de “Il sole di Mezzanotte – Aurora del soggetto radicale” di A. Dugin AGA 2019

Da qualche mese sembra essersi rivitalizzato un interessante dibattito sulla natura dell’individuo differenziato e sul nuovo inizio: alle origini di questo confronto il breve ma prezioso testo realizzato da AGA che raccoglie gli insegnamenti fondamentali di quel Teoria e Fenomenologia del Soggetto Radicale di Aleksandr Dugin.

In continuità filosofica con il dibattito post evoliano, Dugin si riallaccia ad un filo che pareva interrotto almeno dal 1988, anno nel quale Barbarossa pubblicò il provocatorio Tradizione e/o Nichilismo, Letture e Riletture di Cavalcare la Tigre, con scritti, tra gli altri, di Terracciano, Omar Vecchio e Franco Freda.

Il tema del portarsi al limite e al superamento delle ideologie e del tradizionalismo stesso, era stato infatti accennato già al termine di quegli edonistici anni ’80, anche se la storia del pensiero alternativo italiano dimostra che queste preziose intuizioni rimasero almeno in parte sulla carta, non avendo infatti una forte eco nella vita socio politica se non a livello di piccole conventicole di iniziati.

Quella odierna di Dugin è una profonda e preziosa rilettura – soprattutto non mediata dalla razionalità – dell’individuo differenziato di Evola, in tutte le sue implicazioni metastoriche e metafisiche.

«Appare il Soggetto Radicale, sola forma di opposizione possibile.  Non intende salvare la modernità, la sera – ossia il preludio della Mezzanotte – ma sottoporsi a un’esperienza più fondamentale, mettendosi alla prova. È la sua volontà trascendente ad ambire all’abisso ontologico più profondo»

Dugin ribadisce quindi la volontà del Soggetto Radicale di non essere un conservatore ma piuttosto colui che porta a compimento la post modernità. Tale soggetto – definito terribile, freddo e inumano – è pronto, ci vien da dire, a dare quella famosa spinta a ciò che sta per cadere, in linea di continuità con Nietzsche ed Evola.

Estraneo al mondo moderno, un monarca vestito da straccione, sa che «L’unica possibilità che gli resta è trovare una scintilla sacra nella propria interiorità.». Il fondo di sé stessi, il sole nascosto e interiore sono ciò che conta veramente. Un monarca che vuole risolutamente e afferma il ciclo cosmico, senza subirlo, in una piena accettazione dell’amor fati.

Come Wotan sa che il crepuscolo degli Dèi e la morte di Balder avverranno perché sono processi necessariamente susseguenti alla definizione del cosmo ordinato di Asgard, macchiata dall’inganno di Loki verso i giganti.

«E se l’intero processo ciclico di degradazione dall’Età dell’Oro all’Età del Ferro non fosse altro che una conseguenza dell’avventura del Soggetto Radicale? E se questo soggetto generasse i vari piani di un inferno sempre più condensato al fine – singolare, forse addirittura riprovevole – di mettersi alla prova nell’abisso della realtà?»

Il sole di Mezzanotte è la visione archetipica e alchemica alla quale Dugin si riferisce come al retroterra  polare e noumenico sottostante il sole visibile: per l’autore russo tale forza polare e cosmicamente agente è il Soggetto Radicale stesso.

«Una nota formula alchemica parla di un nero più nero del nero: è il sole di mezzanotte […]. Dove cercare questo Sole Nero?  Da nessuna parte: non esiste, al pari dell’Iperborea che tanto fascinò Nietzsche»

Eppure noi sappiamo – anche se Dugin per ora non ne fa cenno – che il simbolismo polare del Sole Nero e dello swastika rimandano proprio al moto del sole attorno ad un centro, la Thule iperborea, fenomeno che possiamo osservare solo nelle regioni dell’estremo nord, in quella origine artica del veda, patria originaria della Tradizione, dove in occasione del solstizio d’estate possiamo ammirare lo spettacolo del Sole di Mezzanotte.

È evidente che le possibilità di rovesciamento dell’attuale condizione post moderna passano anche attraverso una antropologia alternativa che rilegga l’origine dell’umanità non in termini di Out of Africa ma anche in termini proprio di origini iperboree. Chiaramente questa rilettura antropologica, che scardinerebbe il paradigma della grande sostituzione e della grande sostituibilità delle etnie e dei popoli, a livello simbolico si trasforma nel sole interiore, non visibile.

«Noi non vogliamo restaurare alcunché, ma far ritorno all’Eterno»

Si tratta del superamento della visione nietzschiana dell’eterno ritorno nel ritorno dell’eterno già prefigurato da Junger nel suo romanzo distopico Eumeswil. Analogie che vedremo, non si fermano a questa formula.

«Nel mondo moderno, il Soggetto Radicale si sposta dal centro alla periferia del cerchio, dell’Essere, della società della cultura e dell’uomo. Vive ai margini, in condizioni semi-umane, tra rovine.»

Il parallelo con colui che si dà alla macchia, il Waldganger jungeriano, e poi con l’Anarca di Eumeswil è evidente. Tale Anarca d’altro vive in una città nord africana post apocalittica, abitata da fellah sradicati e soprattutto senza storia, una massa che sembra tratta a piene mani dal tramonto dell’Occidente spengleriano. Eumeswil è una pseudo polis sorta al termine del gigantesco e apocalittico conflitto che ha determinato la fine dello stato mondiale.
I fellah sono dominati dalla Casbah, cittadella fortificata dove l’Anarca lavora al servizio di notte presso la corte del tiranno della città, il Condor. In una atmosfera di corte intrisa di un presunto gusto omosessuale e pederasta, l’Anarca si sottrae ai riflettori e alle attenzioni dei potenti per pianificare una via di fuga, per darsi alla macchia. Uno dei suoi principali ispiratori è Attila – riferimento non tanto all’Attila storico quanto all’Attila delle saghe germaniche e del carme groenlandese eddico. Questi è il medico di corte e principale consigliere del Condor, esperto conoscitore delle regioni iperboree e artiche, dove ha vissuto una esistenza da cacciatore e avventuriere. È sfuggito alla devastazione atomica attraversando con carovane di disperati il deserto post nucleare per poi rifugiarsi e rinascere nella grande foresta dalla quale l’Anarca è fatalmente attratto. Egli allestisce infatti, tra le rovine di un bunker, il suo rifugio, tra il limitare del deserto e la grande foresta, nella prospettiva di darsi alla macchia. Scomparirà senza lasciare traccia al termine di una grande battuta di caccia, una sorta di caccia selvaggia postatomica.

D’altro canto una parte delle riflessioni di Ernst Junger da sempre si abbinano al percorso evoliano, basti pensare all’importanza dell’Arbeiter/Artefice (cit.) per il barone Evola, che vi dedicherà un noto testo. La capacità dell’Arbeiter/Artefice (cit.) di costruire il suo trono come Forma, l’essere in forma di cui parlava anche Spengler, nel bel mezzo della mobilitazione totale, che sembra essere riecheggiata da Dugin, nell’affrontare la figura del soggetto radicale in relazione all’ambiente parossistico e caotico della post modernità.

«Il Soggetto Radicale dona all’uomo moderno il senso della morte ma anche della vita – senonché, si tratta di una vita talmente frenetica da risultare più terribile della morte stessa, una vita che lacera lo stesso laceramento. Non è la vita normale, che nella Tradizione riunisce ciò che è sparso e nella modernità si trascina per inerzia, ma una vita particolare che esacerba la rottura. Meglio non avvicinarsi: è terribile»

Non siamo molto distanti dalla descrizione della mobilitazione totale delle grandi battaglie di materiali di jungeriana memoria, solo che oggi i bombardamenti sono operati con il social engineering, con i media, con la rieducazione coatta ai disvalori di massa, alle mode ideologiche e così via.

Esacerbare la rottura è il veleno che diviene farmaco, la Via della Mano sinistra, che reintegra paradossalmente il nuovo inizio in un atto iniziatico di rovesciamento al termine della discesa agli inferi del soggetto radicale. Come disse William Blake «La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza».

«Nel mondo più basso, invece, regnano le tenebre, sebbene anch’esse non siano senza luce del tutto: nella tenebra questo lume è nascosto e non si manifesta.»

Ritorna l’idea già espressa in alcune forme di cabala di quelle scintille di luce divina che sarebbero rimaste perdute negli anti mondi, nei gusci o scarti della creazione; quella stessa Cabala che ci parla di Sorat, il demone solare così simile al norreno Surtr e all’etrusco falisco Suri. Ma è proprio in questa dimensione infera, che Dugin qualifica apertamente come demoniaca, che il Soggetto Radicale, deve rimanere sé stesso e vincere la prova definitiva atta a rovesciare la post modernità in Nuovo Inizio. Un compito non differente da quello del Vira tantrico e dell’Arbeiter jungeriano al cospetto delle forze titaniche scatenate dalla tecnica.

Terminando questi brevi accenni, che speriamo possano incuriosire e portare alla lettura integrale del saggio dughiniano, vale la pena di soffermarci sulla complessità del termine sacer nel mondo indoeuropeo delle origini. Troppo spesso infatti si sente parlare di sacralità e di sacrificio nel mondo degli appassionati di studi tradizionali, senza che ad esso si leghi una profonda ricerca etimologica. La dimensione del sacro è molto più consona a quella del Soggetto Radicale di Dugin, che non alla visione consolatoria dell’idiotismo cattolico che si crede tradizionalista.

Così si esprime E. Benveniste nel suo noto Vocabolario delle istituzioni indueoropee:

«È in latino che si rivela il carattere ambiguo del “sacro”: consacrato agli dei e carico di una colpa incancellabile, augusto e maledetto, degno di venerazione e che suscita l’orrore […]. Perché sacrificare vuol dire di fatto “mettere a morte” quando propriamente significa “rendere sacro”? Perché il sacrificio comporta necessariamente una condanna a morte? […] Per rendere sacra la bestia, bisogna escluderla dal mondo dei vivi, bisogna che essa superi la soglia che separa i due universi; è il fine della messa a morte. Colui che è detto sacre porta una vera colpa infamante che lo mette fuori dalla società degli uomini: si deve fuggire il suo contatto»

Così è sacro ciò che è posto ai margini: il proscritto, il waldganger, il lupo gli altri uomini delle saghe, Beowulf, l’Orso Lupo, pericoloso e intriso di furore. Il soggetto radicale è sacro perché ha la responsabilità – che si confonde persino con la colpa – di aver accettato la sfida di uscire dal mondo dell’origine per provare sé stesso durante la discesa agli inferi, la catabasi che con il post moderno potrebbe trovare il suo rovesciamento in un nuovo inizio.

D’altro canto Dugin, introducendo il simbolismo del sole di mezzanotte, per descrivere la dicotomia di giorno e notte utilizza i noti termini di ascendenza nietzschiana di apollineo e dionisiaco. Crediamo che in tal senso sia più sensato parlare di Mitra e Varuna, forse ancora meglio di Diaus Pitar e Varuna, con la loro controparte in Tyr e Wotan, Zeus e Urano, Numa e Romolo.

*Deiwos, divinità del cielo diurno e luninoso, da cui derivano Deus, Zeus, ma anche il termine per il designare il giorno, il dì, inglese Day, celtico Dagda è il vero patrono del giorno, con la sua amicizia per gli uomini e tra gli uomini, il thing germanico, il nume di Dius Fidius.

Wodanaz e Varuna afferiscono invece ad un’altra natura: Varuna è un asura, un demone più antico di Indra, svolge una funzione sovrana e notturna, lega gli uomini a sé con vincoli tremendi. Asura però è imparentato con il runico Ansuz, da cui derivano gli Asi, divinità del soffio vitale, capitanate dall’estatico Wodanaz. Wodanaz, è il signore notturno degli infuriati, cavalca nelle notti più buie del solstizio d’inverno a capo della caccia selvaggia, formata da guerrieri morti sul piano uranico e dalle loro controparti terrene formate dai guerrieri orso e lupo sul piano umano: uomini ai margini, entusiasmati dal demone della frenesia e del furore. È in questa notte del solstizio d’inverno che il Sole Nero raggiunge il suo Zenith rispetto al sole visibile, in cui proietta l’immediata furia che rende divini. Wuotan, ma anche il celtico Vate, gallese gwawd, irlandese faith, derivano dalla radice *uat, che presuppone una capacità poetica e divinatoria, non mediata dalla razionalità, associabile alla capacità di vedere gli inni vedici da parte dei rshi. In questo senso Drvid, sarebbe un composto di *drew, dritto, corretto, e vid di video, colui che vede correttamente. Sulla stessa linea si pone Dugin nella visione del sole di mezzanotte e del soggetto radicale:

«Fui raggiunto da una visione metafisica che predeterminò il percorso della mia filosofia: oltre al contenuto negativo, il processo discendente dispone di una peculiare teologia positiva, una sorta di super obiettivo. In quella visione, il super obiettivo si rivelò essere essenzialmente una prova»

 

 

 

 

 

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Polemos IV - Solstizio d’Inverno 2018

dicembre 3, 2018 7:34 am

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<<Affermare che tutti gli uomini sono uguali, che non vi siano differenze di razza, religione, cultura, luogo o altro a distinguere gli appartenenti alla specie umana, significa in ultimo rendere ogni abitante del pianeta Terra equivalente a un altro e quindi interscambiabile. Radicalizzando il discorso, significa svuotare totalmente di senso l’esistenza di ogni essere umano per calarla in una moltitudine di indifferenti in cui tutto si mescola in un grande indistinto.>>
(PIEGARE E SPEZZARE di Francesco Boco)

<<… la fine di un ciclo non è il momento dell’inazione, ma lo schiudersi di nuove possibilità di azione. È il momento della massima libertà coincidente con la perdita di ogni ancoraggio>>
(SOVVERTIRE IL KALI YUGA di Andrea Anselmo)

<<Se la pigrizia, in ottica lombrosiana, è tratto fondamentale del delinquente, troviamo che la massa, centro della logica e sistemica borghese, è stata resa facile preda delle pigrizia e, se l’ozio è padre dei vizi, concepiamo come il vizio in cui si è immerso l’occidente attuale sia il più grande contenitore di opulenza, svogliatezza e deviazione criminale.>>

( CESARE LOMBROSO E L’UOMO DELINQUENTE  di A. Sathsiva)

<<Perché è evidente che se la battaglia ora si svolge sul piano della comunicazione, del digitale, la mera fedeltà ad una terra altro non sarebbe che una fallace ipostatizzazione dello spirito rivoluzionario; una nuova prospettiva di sangue e suolo emerge dalle ombre dei canali di scorrimento veloce, e noi dobbiamo coglierla. Non più una morfologia territoriale a cui ancorare il sogno impossibile di un ritorno, ma un andare avanti nomadico ma non sradicato che nella tecnica vede lo strumento migliore per perseguire lo scopo finale della restaurazione dei valori anti-sociali ed anti-istituzionali>>
(TECNOPRIMITIVISMO, di Halogen)

<<Tale era la visione dell’Eroe dannunziano, che si identifica nel “farsi Sole”, cioè farsi magnete puro ed equilibrato, Mercurio Vivo, come superamento attivo del mondo sublunare e larvale, che tramite l’Intelligenza del Cuore si esplicita come Amore Immortale, come effusione solfurea attiva che piega la morte e la caducità. La Volontà si dispiega come una potenza magica immane, che è fine di un processo catartico intellettivo, ma inizio della ricomposizione di ciò che è sparso: quindi, Amore come Forza che infrange limiti e restrizioni.>>
(LA MUSA E L’EROE: L’AVANGUARDIA DELLA POETICA DANNUNZIANA di Luca Valentini)

<<Gli dèi hanno fatto ritorno, ma sembra che l’uomo novecentesco non se ne sia accorto: ecco perché persevera in visioni del mondo antiquate – ancora moderne, sette-ottocentesche – invece di aprirsi al nuovo che avanza. Uno scarto di natura spirituale lo separa dalla realtà in cui vive.  >>
(INTERVISTA ad Andrea Scarabelli)

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