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Il tempo del disordine

agosto 7, 2020 10:23 am

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Possiamo vedere chiaramente che violenza e pericolo non sono scomparsi dalla nostra quotidianità, hanno semplicemente acquistato un altro nome: diritti umani. Quando si combatte per un valore assoluto, tutto è permesso. Ogni cosa necessaria a sconfiggere chi si oppone alla religione dell’uguaglianza e della libertà, è non solo legittima, ma socialmente promossa. Non c’è da meravigliarsi allora che il conflitto interno si sia intensificato, infiammato da un mix di rabbia e permissivismo. In fin dei conti, queste sono soltanto contraddizioni interne di un sistema artificiale caotico che necessita di instabilità costante per generare energia, per mantenersi in perenne movimento.

Il sistema capitalista planetario è costruito su leggi di mercato e ha bisogno di un flusso continuo di informazioni per crescere ed espandersi. Ogni atto che aggiorna il discorso egemone, qualsiasi cosa che rimanga perfettamente all’interno del paradigma del sistema, tutto ciò che chiede di più del modello psico-culturale dominante – questo non è in alcun modo una minaccia per il sistema: è soltanto un suo prodotto più avanzato. L’avanguardia di mutazioni future.

Il capitalismo globale necessita dell’assenza di controllo per continuare a evolvere. Evoluzione significa produzione, produzione significa informazione, informazione significa crescita. È chiaro che il paradigma dominante è quello di una belva famelica continuamente intenta a ottenere di più in ogni modo. L’uomo non è più in pieno controllo delle macchine e la sua vita è sempre più distaccata dalla realtà per diventare virtuale e pilotata dal mercato.

Il disordine è una componente fondamentale della stabilità del sistema. Disordine significa un tipo differente di ordine, che è nei fatti una totale negazione dell’antico concetto di ordine. Se consideriamo l’antica parola indo-europea per “diritto” o “ordine”, le cose risulteranno più chiare. Ṛta è un termine sanscrito che appare nei Veda e che significa “ordine cosmico”. Il suo significato preciso è “muoversi e comportarsi appropriatamente”, e può essere resa con armonia. Ṛta si riferisce all’ordine universale che si esprime nell’atto rituale. Il rito è il modo di portare l’ordine nelle cose mondane. Anrta è allora l’allontanamento dall’ordine e dalla verità e il disordine è prodotto da demoni corruttori.

Per il principio indo-europeo quindi giustizia e verità sono appaiate e non possono essere separate. La difesa contro il caos è fondamentale per mantenere armonia, equilibrio, ordine autentico. Risulta allora chiaro perchè la tradizione primordiale parla di una casta eroica ritornante quando la decadenza raggiunge l’apice.

L’attuale disorientamente è dovuto all’assenza di un ordine chiaro e significante. La politica viene gradualmente disintegrata in una moltitudine di interessi egoistici che non portano a nulla, le religioni (almeno alcune) perdono la loro forza teologica, la famiglia è sotto attacco, la cultura è divenuta una mera raccolta di vuote nozioni e le elite finanziarie dominano gli interessi economici. In ultimo, multinazionali, fondazioni e personalità dell’establishment si trovano oggi al vertice della piramide di potere capovolta. Vediamo chiaramente che l’inversione iniziata con l’Illuminismo ora accelera e raggiunge un picco d’intensità.

L’uomo è ora diventato una sorta di preda del sistema, che lo punta, lo osserva e lo usa per propositi politici e commerciali. L’ambiente cambia radicalmente e cambierà ancora di più, e quindi l’essere umano dovrà evolvere per sopravvivere. Oppure potrà semplicemente continuare a dormire e adattarsi felicemente a una completa dissoluzione della vita reale in un mondo virtualizzato di deboli schiavi isolati.

Gli uomini possono ancora usare le loro vite per ingaggiare una lotta per la sopravvivenza, che ora diviene sempre più letale dal momento che è in gioco il futuro delle prossime generazioni – se ce ne sarà alcuno. La grande battaglia con la bestia può essere interpretata come una lotta contro il grande predatore rapace per una nuova affermazione solare.

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Mad Max – Fury Road (o dell’ingegneria sociale post atomica) di Andrea Anselmo (Polemos I 2015)

luglio 28, 2020 7:05 am

Nel mio immaginario, formatosi negli anni ’90 con gli episodi originali della saga, Mad Max è l’uomo lasciato a se stesso, misura delle cose. Custode dell’ordine nel primo episodio, una volta perduta la propria famiglia si
trova a vagare in un mondo privo di senso lasciandosi alle spalle un passato tranquillizzante ormai del tutto perduto. Il tema dell’uomo senza più appigli gettato nel deserto post atomico “reale” e nel deserto “valoriale”
post-novecentesco mi ha sempre attirato, così come la figura per certi versi molto simile di Ken il Guerriero, che però è a tutti gli effetti un portatore di una Tradizione e addirittura di una scuola esoterico-marziale (la Scuola di Hokuto). Il recente remake invece cambia e di molto, le carte in tavola. Mad Max è ridotto ad un mero complice della fuga di un gruppo di “madri” che scappano dalla dittatura di Immortan Joe, un ex militare che detiene il possesso dell’acqua e a capo di un esercito di guerrieri votati alla morte e alla conquista del Valhalla. La figura, per quanto grottesca, di Immortan
Joe merita una trattazione particolare. Lo vediamo sin dall’inizio come una sorta di dittatore, ricco di decorazioni, che parla da un pulpito alla
massa di diseredati. E’ l’elargitore dell’acqua, è poligamo, il suo figlio prediletto è un armadio palestrato.

Le sue truppe sono fanaticamente pronte alla morte in battaglia per poter accedere al Valhalla. Cercano la morte impavidamente e anzi vogliono che questa sia celebrata e ammirata dai loro compagni d’arme. Contro
tutto ciò si ribellano le “madri”. Tale gruppo di ribelle è guidato da Furiosa, una “imperatrice” guerriera, a sua volta proveniente da una tribù di amazzoni neppure tanto velatamente lesbiche. Alla figura patriarcale
e guerriera viene attribuita la colpa di aver distrutto il mondo, di considerare le “madri” delle cose. Mad Max diventa un semplice alleato di questo tentativo di liberare il mondo dalla dittatura di Immortan Joe: il
protagonista maschile diventa un accessorio.

La scena finale addirittura consegna la cittadella di Immortan Joe ai diseredati, scena che sa tanto di invasione di massa dell’Europa ad opera proprio dei diseredati. Insomma l’ingegneria sociale non conosce tregua.
Essa colpisce costante mente e astutamente, infiltrandosi in ogni meandro, in ogni produzione che possa avere una diffusione di massa. Questo martellamento continuo, potenziato all’inverosimile dalla pervasività
dei mass media e di internet che se trova ancora delle minime resistenze nelle generazioni adulte trova sempre maggiori spazi nel seminare la propria ideologia nell’inconscio e nell’immaginario dei più giovani: in
questo caso demonizzando la figura del “padre” rispetto a quella delle molte madri lesbiche in fuga dall’autorità maschile e portatrici del disinganno rispetto all’ideologie dell’abnegazione militare.

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Voci notturne e visione simbolica dell’immagine: per un nuovo cinema iniziatico - Da Eretici del Terzo Millennio Luglio 2013

luglio 27, 2020 3:48 pm

Voci notturne e visione simbolica dell’immagine: per un nuovo cinema iniziatico
Da Eretici del Terzo Millennio – Anno 2013

 

voci notturne

Molti di voi conoscono i picchi qualitativi della nota serie di culto “Twin Peaks”, capace di generare una inquietudine nello spettatore difficilmente riscontrabile nella produzione successiva di serie televisive. Il lavoro di David Lynch e Mark Frost,  rappresenta a nostro parere una delle pietre di paragone in termini di atmosfera, inquietudine e simbolismo per chi voglia fare un certo tipo di “cinema”.

Ma, al di là del capolavoro di Lynch, è proprio in Italia che si può rintracciare un esempio di serie ad alto contenuto qualitativo e simbolico, seppure non in grado di suscitare un più ampio movimento, che slegato dalle istanze meramente commerciali, sia stato in grado di porsi come scuola cinematografica.

Qualche anno dopo l’imporsi di Twin Peaks infatti, mentre il grande pubblico si rivolgeva ad esempio ad “X Files” o a “Friends” la RAI trasmetteva, per poi non riproporlo praticamente più, uno sceneggiato a puntate scritto da Pupi Avati e diretto da Laurenti dal titolo “Voci Notturne”. Un esempio di serie televisiva che troviamo non solo particolarmente interessante dal punto di vista culturale e simbolico ma che è stata capace di pervadere lo spettatore di un senso di ineluttabile disperazione, di fato invincibile, di assenza di moralità in senso cristiano, di lontananza da un intervento risolutore di qualche presunto eroe, di un “buono” ecc. ecc. Si trattò di una perla del tutto ignorata dal grande pubblico.

Non sempre infatti la narrativa o il cinema sanno fornire un senso di disperazione realistica, che vada oltre la dialettica consolidata e classica del cinema americano: “eroe buono e vittorioso” contro “cattivi privi di sostanza psicologica e sempre perdenti”. In tutto ciò eccelle proprio “Voci Notturne”. In passato ci sono state delle eccezioni in tal senso, ma non molte. Certamente, andando alle radici della narrativa fantastica, l’esempio di H.P. Lovecraft si impone in primissimo piano per essere stato in grado di uscire dal labirinto di una visione “a lieto fine” e “consolatrice” della narrativa. Spesso i suoi protagonisti vengono colti dalla follia, oppure decidono di togliersi la vita ed anche qualora riescano in qualche modo a sopravvivere alla vicenda, risultano irrimediabilmente “spezzati”, tanto che l’atmosfera di irrazionalità cosmica non rende mai il lettore del tutto privo di un senso di “mancato pericolo”. Questo risultato viene conseguito dall’autore americano probabilmente anche grazie all’origine prima della sua narrativa: l’incubo, che egli viveva durante sogni di incredibile potenza.

In questo senso, nonostante alcune differenze rispetto alla narrativa lovecraftiana, il cinema di Avati negli anni ha saputo tessere ottimamente una serie di trame per nulla banali, spesso disturbanti, ricche di colpi di scena, non lontane da immagini al limite dello splatter. Ad esempio il noto film “La casa delle finestre che ridono”, scritto da Maurizio Costanzo e diretto da Avati, il quale è spesso citato come uno dei più riusciti film del regista. Certamente colpisce la perfetta atmosfera, che descrive un’Italia che purtroppo non c’è più, contadina, con il suo accento ancora forte, dalle sere chiare e calme lontane dal clamore cittadino. Eppure proprio in prossimità di questa arcadia si cela, dietro l’angolo, l’orrore, l’incesto, il proibito, il complotto, l’omertà. Una Innsmouth nostrana ? Non proprio. In Avati l’ambientazione della campagna emiliana gioca spesso in senso tranquillizzante, quasi pittoresco, eppure nonostante questo la violenza, il mistero, l’inganno sono in agguato. Pensiamo per esempio all’eremo in cui si trovano i protagonisti de “L’arcano incantatore”, oppure le campagne di “Magnificat” e proprio in questo senso il paesino di “La casa delle finestre che ridono”. In “Voci notturne” lo straniamento è raggiunto grazie – secondo noi – all’assenza di un reale protagonista, riducendo a brandelli la trama e l’indagine stessa oggetto del film. In un susseguirsi di  particolari legati ad un culto arcaico etrusco/romano sopravvissuto ai giorni nostri, intersecato da trame oscure sul finire della seconda guerra mondiale e che occhieggiano ai noti interessi occulti in seno al III Reich, la serie garantisce la compresenza di ingredienti psicologici e spirituali già incontrati nella letteratura di Lovecraft: l’assenza di speranza, la presenza sotto traccia di una spiritualità altra ed in qualche modo aliena, i loschi traffici di una piccola cerchia di esseri umani che con tale spiritualità intrattengono degli innominabili rapporti, al limite tra la fantascienza e la negromanzia.

Nella serie di Avati la cerchia dei Pontefici romani in qualche modo sarebbe sopravvissuta attraverso i secoli, così come i loro rituali sacrifici umani. Tali pratiche perdurerebbero, cambiando forma e ramificandosi nel globo e poche sono le tracce lasciate dai continuatori dei “facitori del ponte”, che Avati ci mostra da punti di vista sempre nuovi, destrutturati, in modo tale da rendere la visione d’insieme del mosaico narrativo quasi completamente manchevole, se non in qualche fugace apparizione.

In “Voci Notturne”, come in Lovecraft, è assente qualsiasi dimensione consolatoria, soprattutto quella di tipo religioso. Il Dio giudaico cristiano, sia esso considerato “giusto” o “buono”, non soltanto è “impotente” ma ancora di più egli risulta più “assente” che “disinteressato”.

“Voci notturne” per certi versi richiama il noto sceneggiato “Il segno del comando”, ambientato a Roma e prodotto nel 1971 dalla Rai; di cui recupera alcune atmosfere, i richiami ad una cospirazione che pervade una parte della società romana, qualche vago riferimento ai retroscena della seconda guerra mondiale e ai significati arcani nascosti nella musica. Ma il punto di vista è radicalmente differente. Il Forster, protagonista de “Il segno del comando”, è certamente il protagonista indiscusso del film e suo è il punto di vista principale sulla maggior parte delle vicende. Al contrario in “voci notturne” come abbiamo detto manca un personaggio unitario e la soluzione all’enigma manca anch’essa. I temi possono risultare quasi coincidenti, assolutamente non gli esiti e l’atmosfera: “romantica” in “Il segno del comando”, radicalmente “disincantata” in “voci notturne”.

D’altro canto, e per chi scrive si tratta di un elemento di importanza capitale, già nell’antichità l’incontro tra l’uomo e la divinità poteva risultare letale per l’umanità incauta, in quanto tale divinità poteva anche variare dall’accecante, al terrificante, oppure era portatrice di nefasti presagi. Ad esempio nella mitologia nordica, con ogni probabilità, Odino, la divinità sovrana, portava sì saggezza e ispirazione poetica ma anche morte, sortilegi, inganni ed in ogni caso non era una presenza consolatoria. Percorreva i cieli in occasione della temibile Wilde Jagd, la Caccia selvaggia.
Oppure il solo nominare il divino Thor poteva causarne l’apparizione e magari persino una apparizione irata, sconvolgente e senz’altro “tonante”. I Berserker, i guerrieri sacri di Odino, erano posti ai limiti della società, così le oscene processioni di adepti di Dioniso e le Menadi; infine Indra, la divinità guerriera loda se stessa nelle Upanishad come chi ha violato giuramenti, dilaniato asceti, come colui che è al di là del bene e del male.

“Conosci me, che sono Indra!
Ho ucciso il tricefalo Tvastar, ho dato ai cani selvaggi gli asceti Arumukha, violando numerosi accordi ho trafitto i prahalada in cielo, i pauloma nello spazio intermedio, i Mlanja in terra e non ho perduto neppure un capello. Per colui che mi conosce infatti non va perduto il potere del mondo, qualunque azione egli compia”

Discorso di Indra nella Kausitaki Upanishad VII sec. a.c.

Nell’Iliade l’incontro tra Dèi ed eroi è spesso conflittuale, nefasto, a seconda anche della parte pesa dalla divinità nel conflitto terreno. In un certo senso, rispetto a certo classicismo tutto sommato estetizzante, è la caccia Selvaggia di Von Stuck a rappresentare l’apparizione della divinità, nell’antico, in Lovecraft e per vie nascoste anche in Avati.

Tornando alla cospirazione occulta tema di “Voci notturne”, questa assume trame mondiali (a cavallo tra Italia, Svizzera e USA si muove infatti la figura di Norberto Sinisgalli, che per certi versi ricorda quella di Jospeh Curwen di “Il caso di Charles Dexter Ward di Lovecraft) e ovviamente anche “cosmici” nell’urtare e violare le leggi naturali che regolano la vita e la morte – proprio come nel caso Ward.

Viene da chiedersi acnora come e perché i seppure numerosi personaggi del mondo di Avati e del mondo di Lovecraft non riescano a non essere in qualche modo sempre spezzati dal confronto con tale spiritualità nascosta e oltraggiosa nei confronti delle leggi di natura.

Ne “L’arcano incantatore” il seminarista Giacomo Vigetti – e Giacomo è anche il nome del Fiorenza, la vittima dell’episodio di apertura di “Voci Notturne” – è irretito e travolto dall’inganno tessuto alle sue spalle, così come il giovane restauratore di “La casa dalle Finestre che ridono”. La risposta potrebbe celarsi proprio in una certa concezione del rapporto tra l’umano e il divino.
Infatti, come rileva l’orientalista italiano Pio Filippani Ronconi:

“La via iniziatica è in primissimo luogo un’esperienza di non consolazione, di morte. Di fronte all’animale umano si apre un abisso, un vuoto metafisico, per superare il quale non esistono appigli, non “tecniche”. La propria inadeguatezza viene sperimenta in modo terrificante e ineludibile”. (Tradizione e tradizionalismi)
Si potrebbe, seguendo la falsariga di Nietzsche prima e di Evola poi, tentare una ulteriore interpretazione. Nel mondo in cui “Dio è morto”, intendendolo come la figura normatrice e morale del Dio cristiano, che funge da ancoraggio metafisico per l’uomo cristiano e borghese e che nella religione popolare funge da consolatore e ricettore delle preghiere dei devoti, il senso di inquietudine, di disagio non trova più nella religione un appiglio ma anzi lascia e “condanna” l’uomo ad una libertà e ad una autonomia che egli non sa affrontare. A meno di affidarsi a succedanei e nuovi dogmi come la “Scienza” l’uomo comune non è in grado di vivere senza il Dio consolatorio e senza l’aggancio metafisico che ne giustifica l’esistenza. Così, a meno che sorga o si riveli un “superuomo” per dirla con Nietzsche o un “uomo differenziato” evoliano, il fato dell’umanità è disperatamente tracciato. E’ “Cavalcare la Tigre”, il testo che maggiormente affronta il problema dell’attitudine verso il mondo in cui appunto “Dio è morto”, in cui la libertà da Dio, conquistata dall’uomo contemporaneo ne diviene anche la causa prima di perdizione. In questo senso Luca Lionello Rimbotti rileva come:

“La natura è aristocratica, essa discrimina, assegna i ruoli, consegna i destini, distribuisce il bene e il male senza pregiudizio, senza calcolo, senza altro senso se non quello di chiamare alla più dura resistenza il nobile, al più fiero dolore l’aristocrate, al più tragico compito l’uomo superiore.” (La rivoluzione Pagana, edizioni di AR 2006)

Ed in questo senso risulta interessante una rilettura di certa filmografia e di certa letteratura, come quella di Avati, dove in modo simbolico ci si riaffaccia sull’inquietudine del mondo in cui l’uomo è condannato a non avere risposte.

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Dell'uomo superiore. F. W. Nietzsche

luglio 14, 2020 11:02 am

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Oggi son signori gli uomini piccoli; i quali predicano — concordi — la rassegnazione, la modestia, la prudenza, i riguardi e la lunga teoria delle piccole virtù.

Chi è di natura feminea, chi procede da una stirpe di schiavi (e particolarmente il fango plebeo), vuol esser padrone dei destini umani. Oh nausea! Oh schifo, schifo!

Tutta questa vil gente domanda e domanda e non si stanca di domandare: «In quale miglior modo l’uomo può conservarsi? cioè più a lungo e più piacevolmente?». E con ciò — essi sono i dominatori dell’oggi.

Cacciateli, questi signori dell’oggi, o miei fratelli: essi sono il più gran pericolo che minacci il superuomo!

Cacciate, o uomini superiori, anche le piccole virtù, le piccole prudenze, i riguardi pel granello di sabbia e per il brulicare delle formiche, per la miserabile contentezza, per la «felicità dei più!».

E, anziché arrendervi, disperate. Non per altro io vi amo, se non perchè voi sentite di non poter vivere nell’oggi; così, solitari, o uomini superiori, voi vivete nel miglior modo!

[…]

E voi, uomini superiori, credete forse ch’io mi sia qui, per riparare al male che avete fatto?

O forse credete ch’io voglia preparare un più molle giaciglio ai sofferenti? O additar nuovi sentieri agli irrequieti, agli smarriti, agli straziati?

No! No! Tre volte no! Conviene che gli uomini della vostra sorte periscano in sempre maggior numero; e che soccombano fra voi anche i migliori, giacchè la vita, vi sarà resa sempre peggiore e più dura. Così — così soltanto s’innalza l’uomo alle regioni del fulmine che colpisce ed atterra: s’innalza pel fulmine!

Poche cose, e lunghe e lontane, io desidero e penso: che m’importa della vostra miseria piccina, molteplice e breve?

Voi per me non soffrite ancora abbastanza! Giacchè voi soffrite di ciò che siete, ma non di ciò ch’è l’uomo. Voi mentireste, affermando altra cosa! Voi tutti non soffrite in causa di ciò per cui io ho soffèrto!

(Dell’uomo superiore, trad. 1915)

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Quel giorno innalzammo la bandiera del Clan

giugno 26, 2020 7:33 am

Sotto molti punti di vista è difficile dire qualcosa di originale. Quasi tutto è già stato detto, meglio e più approfonditamente, da altri più grandi autori. Ciò che i mezzadri del pensiero possono fare è scavare, arare e portare alla luce concetti e idee che nel tempo sono andate perdute. Questo può essere fatto con lentezza e perseveranza.

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Quando nel 2015 venne pubblicato per la prima volta il “manifesto” di Polemos, il testo portava con sé oltre un anno di attesa e ripensamenti. Aveva davvero senso pubblicarlo? Cosa aveva davvero da dire nell’epoca attuale?

Il confronto schietto tra menti libere ha alla fine dato vita a un’esperienza editoriale tesa ad approfondire lo studio della realtà e delle fratture attraverso le quali, nel buio del nichilismo, ancora brillano vampe di spiritualità integra. Quanto di vivo e operativo vi sia nei materiali prodotti sin qui, saranno i lettori a giudicare.

Il “manifesto” di Polemos è oramai completamente slegato dalla personalità del suo autore. Si può ben dire che ciò che allora è apparso come un’eruzione istintiva, oggi si conferma come il prodotto dello “zeitgeist” che ha impiegato come mezzo per esprimersi una persona collocata in uno spazio e tempo precisi. Il ruolo di quella persona è ora distanziato dal testo, ma il saggio non perde la sua attualità e problematicità. Qualora l’unica funzione del “manifesto” fosse quella di indurre il lettore a porsi una sola domanda radicale, allora il suo compito sarebbe assolto. Non è la risposta la cosa più importante, ma il cammino che un corretto domandare apre.

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La conflittualità attorno a cui ruota il breve saggio da cui ha preso avvio l’avventura editoriale Polemos parte da presupposti ontologici, si sviluppa su direttrici sociologiche e antropologiche e si conclude in una prospettiva di rigenerazione virile comunitaria. In estrema sintesi i passaggi possono essere così riassunti:1.  la legge dell’essere è il conflitto, espansione e contrazione, stabilità e mutamento; 2. questa instabilità vitale ha caratterizzato le originarie società umane caratterizzate in modo marcato da istinto territoriale; 3. tutte le società evolute hanno codificato il conflitto attraverso il diritto, sia in tempo di pace che di guerra esso è sempre esistito a tutti i livelli; 4. il mondo attuale tende ad appiattire le differenze per pacificare completamente l’esistenza, sebbene il conflitto continui a livelli più alti e meno esposti. Se la legge dell’essere è il conflitto, il suo totale azzeramento significa l’offuscamento dell’essere e la fine della storia. Contro questa prospettiva sorge la proposta – una delle possibili – di formare Clan tesi a rigenerare completamente la storia, la civiltà.

Perciò si è parlato di “Sovvertire il Kali Yuga”, che è in buona sostanza lo stesso che l’evoliana “negazione della negazione”. Il significante va riempito di significati, la lotta di oggi e domani, nel mondo dell’informazione e dei dati, sarà anche e soprattutto concettuale e semantica. Dunque si è parlato di Clan. È un concetto antico, che richiama le primordiali comunità indoeuropee, agli albori della storia e della civiltà. Il primo nucleo allargato di famiglie alleate tra loro per la sopravvivenza e la conquista. Il fuoco attorno a cui sedevano i capi famiglia in assemblea. La difesa del perimetro, la preparazione della battuta di caccia, la coltivazione del terreno, l’organizzazione del culto. Il Clan è il fondamento sacro in cui si raccolgono nell’essenziale i principi di una comunità di uomini. I suoi componenti sono prima di tutto i custodi dell’essere della comunità.

Se qualcosa può ancora significare il concetto su cui insiste e attorno a cui ruota tutto il “manifesto”, è precisamente nel chiedersi se sia possibile oggi formare e rendere operanti dei Clan di uomini orientati a replicare e riconfermare i canoni originari. Senza cercare una restaurazione, ma per rigenerare l’essenza dell’origine in forme nuove e differenti. Quale sia la fenomenologia del Clan non è ancora chiaro. Le sue potenzialità sono notevoli, conservano la loro validità nel momento in cui vi sia accordo tra consimili e questi vadano a creare un nucleo col preciso ed esplicito intento di dare vita a una propria legge, a un proprio mondo staccato da quello attuale. La natura, per quanto domata, è una dimensione che mette sotto pressione il corpo e la mente, richiede fatica e concentrazione. Lì l’uomo può rafforzare sé stesso. È possibile realizzare una simile prospettiva nel momento in cui si crei uno spazio vitale comunitario, una economia solidale interna, una educazione autonoma, una ritualità in grado di fissare dei simboli.

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L’idea di Clan conserva tuttavia una sua validità psichica, per così dire. Si tratta con tutta evidenza di una potenzialità “astratta” e “virtuale”, che però in un mondo tutto slegato dalla realtà materiale e sempre più proiettato al digitale mantiene una sua possibile attuabilità. Non va mai sottostimata la potenza del pensiero e dell’immaginazione. Tutta la letteratura di fantascienza per esempio ha anticipato e per certi versi indirizzato molti cambiamenti tecnologici. Sul piano politico ci sono state utopie che si sono fatte sistema e afflati romantici che hanno lasciato la loro impronta nella storia. Il pensiero progettuale è uno degli strumenti più potenti a disposizione dell’essere umano. Se la sua immaginazione è rivolta a creare mondi alternativi, non è detto che questi non possano in qualche modo trovare realizzazione storica.

Si tratti anche solo di un Clan puramente astratto, esso rappresenterà un fuoco attorno al quale si riuniranno commilitoni lontani, fratelli di spirito che hanno scelto una medesima legge ma che il destino ha separato. Poco male. Una disciplina individuale, in mancanza d’altro, è sempre possibile e ci sarà sempre una bandiera nera da innalzare, un pugno di legnetti da legare assieme, un fuoco da tenere vivo nonostante tutto.

[F.B.]

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