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Considerazioni al termine delle celebrazioni per il Natale di Roma del 21 Aprile 2018

aprile 23, 2018 7:42 pm

Non preghi un Dio chi non sia un Dio!

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La vicenda leggendaria del primo Re di Roma, Romolo, nella quale si condensano miti e ascendenze dal comune passato indoeuropeo ci danno l’occasione per una serie di riflessioni sui significati della regalità, della ritualità e dell’interiorità di chi occupa il potere sovrano.

Il termine Rex romano, come vorrebbe E. Benveniste, deriverebbe da un comune termine indoeuropeo (Rig, da cui il celtico Vercingetorix, Raja sanscrito, Rex latino) il quale farebbe riferimento alla funzione primordiale del sovrano di tracciare una linea retta, stabilendo così un confine sacro, un limite ed una regola. Stabilirebbe in altre parole un ordine sacro; ordine il quale in sanscrito rta si collega semanticamente anche al rito.

Ma cos’è dunque il rito? Per Mircea Eliade il rito è un nuovo inizio che invera nuovamente l’origine nella storia, permettendo dunque quell’irruzione del sacro di cui parla anche G. Casalino. L’origine corrisponde cosmologicamente ad un sacrificio primordiale, ad una messa a morte, che non crea ex nihilo ma che plasma una realtà preesistente. Lo squartamento del macrantropo primordiale, Ymir per i norreni, Purusha per gli inni vedici, è la scaturigine del cosmo ordinato. Così nel mondo latino al tracciare il solco da parte del Rex/Rig Romolo corrisponde successivamente l’uccisione di Remo, il quale non è in grado di mettere ordine e sacralità al contrario del fratello.

La sovranità del mondo indoeuropeo conosce delle coppie di sovrani, simbolicamente rappresentabili come il cielo notturno ed il cielo diurno. Quest’ultimo è quello che richiama il termine latino Deus, sanscrito Deva, greco Zeus, alto germanico Tiuz/Ziu/Tiwaz poi espresso come Tyr dagli scandinavi, Mitra per gli indoiranici. D’altro canto di non meno importanza e cosmologicamente anteriore si staglia il cielo notturno di Varuna, di Urano e di Wuotanaz. Nella storia leggendaria di Roma a Romolo spetta la funzione “varunica” mentre a Numa quella propriamente diurna, sacra e legislativa di Numa.

Sempre per Benveniste il germanico Wuotanaz e il latino Dominus sarebbero strettamente accomunati. Il primo indicherebbe il signore della schiera dei posseduti (angriffenheit) dal furore (id est furor lo definì Adamo da Brema) che solca i cieli notturni d’inverno nella caccia selvaggia. Il secondo sarebbe il signore della Domus, non intesa come edificio ma come comunità sacra e sociale al tempo stesso.

Romolo, conformemente alla sua funzione varunica, durante la battaglia cruciale contro i potenti riproduttori, i sabini, conseguente al tradimento della vestale Tarpeia, alzate le armi al cielo comanda magicamente a Iuppiter di intervenire e di cambiare le sorti della battaglia e così accade. Come giustamente ricordato pubblicamente da L. Valentini e G. Casalino nelle recenti celebrazioni del Natale di Roma, qualificare come “magico” l’intervento del sovrano latino ricorda il termine tedesco macht e inglese make.  Un altro sovrano del cielo notturno, Wotanaz nella prima guerra del mondo contro i Vani, potenti riproduttori anch’essi, esercita il suo potere a distanza, scagliando la sua lancia nella battaglia susseguente l’irruzione della gigantesca Gullveigr, senza intervenire direttamente nella mischia. Se la Vestale è chiaramente legata al fuoco di Vesta così Gullveig viene bruciata tre volte rinascendo sempre.

Così l’effetto immediato, comandato dal sovrano “terrifico” e “tremendo” Romolo, è determinato dal suo non appartenere ad una umanità ordinaria, ma piuttosto ad una umanità qualificata in senso spirituale. “Non preghi un dio chi non sia un dio” d’altro canto è stabilito dalla letteratura vedica. Romolo che verrà poi divinizzato come Quirino viene non a caso assunto in cielo.

In questo senso G. Casalino nell’ultimo numero della rivista “Pietas” parla della <<forza necessitante del rito ben eseguito, il suo potere di rendere la realtà visibile specchio dell’ordine divino. L’inesistenza di problemi di natura psichica e/o sentimentale in chi compie il rito ai fini dell’efficacia>>. D’altro canto è ben noto il detto di Plotino <<Non sono io che devo andare agli Dèi ma gli Dèi che devono venire a me>>.

Solo calore interiore della pratica spirituale, il tapas conseguente alla trasformazione interiore dell’uomo propiziata dal fuoco sacrificale di Agni/Ignis rendono l’uomo in grado di imporre questa “macht” sulle forze invisibili. D’altro canto dal latino tepeo, la cui assonanza con taps è evidente, deriva l’italiano tepore.

Non a caso, la mistica cristiana di Meister Eckhart parla del distacco come superiore alla pietà e alla compassione: poiché il distacco operando nell’interiorità dell’uomo quello svuotamento, quel silenzio che fa risuonare il vero urgrund, il fondo dell’uomo, agisce necessariamente attirando Dio nell’interiorità dell’uomo, poiché il distacco e il vuoto interiore sono necessitanti come in un processo fisico. Raggiunto il supremo distacco Dio non può non riempire tale vuoto interiore.

Dunque resta imperativo rendersi atti a far intervenire necessariamente la divinità tramite la nostra azione spirituale interiore la quale può rendersi autonoma rispetto a qualsiasi sfoggio di erudizione, di mitologia e di formalistica rituale.

In collaborazione con Ereticamente che ringraziamo

Non preghi un Dio chi non sia un Dio! – Andrea Anselmo

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21 Aprile 2018

aprile 6, 2018 8:59 pm

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Note su libertà e apolitìa in Evola

febbraio 27, 2018 7:50 pm

note su libertà

di F.B.

Se si volesse individuare il tema centrale di tutta l’opera del filosofo romano Julius Evola, potrebbe essere con tutta probabilità quello della libertà. La ricostruzione da lui operata dei caratteri tipici delle civiltà tradizionali si propone infatti di rendere evidente al lettore quei principi di normalità andati perduti nel corso dei secoli e quasi scomparsi con l’avvento della modernità.

Nel caso ad esempio di una delle sue opere più importanti, Il mistero del Graal[1], il tema della sovranità integrale viene connesso alla leggenda di Re Artù e al simbolismo imperiale ghibellino. La figura del sovrano, tramandata dal mito del Graal e ad esempio nel Parsifal, deve sempre affrontare una condizione di corruzione e decadenza, che può essere rettificata soltanto attraverso un processo di purificazione. È proprio su questo lato esistenziale che la filosofia evoliana indica una via che può trovare declinazioni nella vita quotidiana. Per divenire re, il cavaliere dovrà prima liberarsi delle passioni mondane, semplificare ogni aspetto della propria esistenza, fino a raggiungere la piena sovranità su di sé. Questo è l’uomo che Evola chiama “uomo differenziato” o “uomo integrale”, cioè quell’uomo veramente sovrano che ha saputo consolidare la sua autorità su se stesso, sui propri bassi impulsi. «Evola ha ricordato in più occasioni che il primo compito che si impone a quello che egli ha chiamato l’“uomo differenziato” è quello dell’unificazione interiore, che apre all’equilibrio e all’armonia. Questa unificazione deve farsi attraverso la scoperta sperimentale della tendenza dominante e la trasformazione di essa in un imperativo etico che regga tutta l’esistenza»[2]. Questa riconquista di un ordine interno necessita per Evola di una riaffermazione di quei principi verticali, gerarchici, virili e sacrali che erano la norma nelle civiltà tradizionali. Solo attraverso la riscoperta di un moto ascendente di tutto l’essere umano si dà per il filosofo romano autentica libertà, intesa, si badi, come l’antica libertas. Pertanto il potere di comandare, l’imperium in senso proprio, è in primo luogo quello su se stessi, all’insegna della nota massima «chi non sa comandare se stesso deve obbedire»; all’interno di un ordinamento gerarchico interiore di chiara ascendenza platonica.

Perfettamente coerente con le posizioni sin qui riassunte è l’interesse nutrito dall’Autore per le dottrine orientali, nello specifico per il taoismo cinese. Julius Evola nel 1922 curò e tradusse un’edizione del Tao Te Ching, opera che con tutta evidenza deve aver fornito importanti spunti alle sue successive posizioni dottrinarie. Il libro di Lao Tse è un profondo trattato che intende aprire alla comprensione della Via, il solo modo grazie al quale l’uomo può agire secondo Virtù. Cos’è la Via? La Via è il non-essere. Cos’è allora la Virtù? La Virtù è assenza.

Con non-essere il Tao Te Ching intende tutto ciò che non è materiale, tutto quello che non è influenzato da un’esistenza mondana. La Via è dunque il distacco dalle passioni mondane, è il non-agire, è lo svanire al mondo. Questo ritrarsi della Via è però il suo sommo mostrarsi, perché solo così essa può realizzarsi nella Virtù dell’uomo Perfetto. Costui non agisce per bisogno o per ambizione, non si lascia trascinare dai propri impulsi, ma è fermo in se stesso, immutabile e indifferente nella sua assenza di passionalità. È pienamente centrato, controlla ogni sua facoltà.

D’altro canto è noto il continuo riferimento dell’autore alla Bhagavad Gita, già parte del Mahabharata, nella quale il cosiddetto Karma Yoga, lo Yoga dell’azione esente dalla preoccupazione per il risultato, trova la sua massima espressione. L’agire impersonale, scevro da voluttà e dalle costrizioni del desiderio, massimamente espresso dagli insegnamenti del dio Krishna al disorientato guerriero Arjuna, agisce come costante sottofondo del processo di liberazione dell’azione dal desiderio.

Così al tempo stesso, nel messaggio del mistico cristiano Meister Eckhart, è da rintracciarsi quel distacco assoluto che necessariamente rende simili alla divinità e addirittura, come emerge nei noti Sermoni tedeschi, pone il mistico al di là e al di sopra persino della divinità, della quale si arriva paradossalmente a non avere più bisogno. Noto è d’altro canto lo scritto apocrifo attribuito a Eckhart dei cosiddetti Insegnamenti di sorella Katrei, tradotti significativamente in Italia con il titolo Diventare Dio.

Tutte suggestioni molto forti che contribuiscono ad arricchire spiritualmente il percorso di Evola.

«Dunque l’uomo deve superarsi, deve farsi Perfetto ossia “Individuo assoluto”, poiché allora troverà in sé stesso gli elementi per cui potrà stabilirsi una reale conoscenza; conoscenza che non sarà più un che di estrinseco, come nella scienza della discorsività umana, ma sarà vita di Gnosi; perché non esprimerà altro che la coscienza stessa del Perfetto che è tutt’uno colla radice d’ogni reale»[3].

L’Individuo assoluto a cui fa riferimento Evola è la prima configurazione filosofica di quello che più tardi che chiamerà “uomo differenziato”, ma i caratteri fondamentali non cambiano. Se nei termini del suo idealismo magico l’individuo poteva farsi atto puro solo attraverso una radicale frattura con tutte le influenze del mondo circostante, rientrando così in possesso del suo autentico Io, la realizzazione dell’uomo differenziato richiede una netta rottura con il mondo moderno, un rifiuto di tutti i suoi valori e delle correnti ideologiche, spirituali, sessuali nel nome di un richiamo attivo ai principi della Tradizione primordiale.

Julius Evola tentò di fornire nelle proprie opere più “politiche” quelli che considerava i lineamenti fondamentali per una militanza ordinata tradizionalmente. Negli ultimi anni della sua vita, deluso dagli uomini e dubitando delle possibilità storiche, tentò di tratteggiare una via individuale da seguire per coloro che, viventi in tempi di decadenza, da essa non volevano farsi trascinare. Nacque così Cavalcare la tigre[4], opera fraintesa e talvolta ridotta a qualche frase a effetto, ma che si pone in continuità con le prime posizioni filosofiche dell’Autore, radicalizzandole e contestualizzandole nel momento storico contingente. Egli si rivolge a coloro che sappiano distaccarsi dal piano dell’esistenza puramente orizzontale e sappiano invece rivolgere la propria tensione alla dimensione trascendente, a quella verticalità che impone in primo luogo un ordine interiore e, in prima battuta, etico. «La realizzazione etica è il primo stadio dell’unificazione dell’io, quello che consiste, dice Evola, nel darsi una legge, nel “far coincidere il proprio volere col proprio essere”. È l’accesso all’autonomia»[5]. Darsi una legge significa in ultima istanza rifiutare i legacci del mondo circostante sapendo però di doversi fare carico delle conseguenze; si tratta insomma di una scelta radicale per una libertà totale, ontologica e antropologica, che non ammette titubanze.

Disgustato dall’individualismo senza personalità, Evola si richiama al realismo eroico jüngeriano rappresentato nell’Operaio, figura che può aprire prospettive di una “nuova oggettività”. Nella realtà alienante e disgregante del paesaggio d’officina, in un mondo meccanizzato e in cui gli uomini diventano lavoratori anonimi di una catena di montaggio, Evola intravede in questa condizione di estremo pericolo anche la possibilità di una distruzione di tutti quei sentimentalismi e psicologismi che egli disprezza e che potrebbero allora essere rimpiazzati da freddezza, chiarezza, serietà e purezza, cioè da un nuovo realismo attivo. Il legame di Evola con la figura “epocale” dell’Operaio è nota e conferma le attitudini spirituali che Evola stava assumendo sin dal primo dopoguerra. I fondamentali di Cavalcare la Tigre si possono rintracciare parimenti nell’opera Lo yoga della potenza, dove il sadhana tantrico diventa la corrispondenza trascendente all’attitudine di fare del limite una potenza, di convertire la velenosità del Kali Yuga in potenzialità di trascendenza e quindi in ultima analisi di libertà, che nella Via della Mano Sinistra diventa addirittura assoluta libertà e deificazione. Questi temi non devono stupire, sono presenti sin dalle teorizzazioni artistiche di Evola, percorrono il suo periodo magico operativo, si intersecano con la figura dell’Operaio e maturano compiutamente in Cavalcare la Tigre e Lo Yoga della Potenza.

L’uomo differenziato però non si isola, non evita il confronto con il mondo circostante, ma, come suggerito dal titolo, cerca di cavalcare la belva senza farsi da essa disarcionare, in attesa di poterla domare. In altri termini, Evola raccomanda di «fare di veleno, farmaco», cioè di accettare la sfida con il distacco interiore necessario, senza farsi influenzare e corrompere, ma agendo come colui che non agisce, senza aspettative ma senza alcuna remora.

L’apolitìa evoliana, spesso considerata come il rifiuto di ogni impegno politico, è allora da comprendersi come la massima espressione della libertà dell’uomo. L’apolitìa, chiarisce Evola, «non crea dunque nessuna speciale pregiudiziale nel campo esteriore», ma raccomanda invece un atteggiamento centrato, saldamente autonomo e oggettivo. «Si è già detto che il superamento positivo del nichilismo consiste appunto nel fatto, che la mancanza di senso non paralizza l’azione della “persona”. Esclusa, in termini esistenziali, sarà solo la possibilità di agire essendo presi e mossi da un qualsiasi mito politico o sociale dei nostri giorni per aver riconosciuto serio, significativo e importante quel che presenta tutta la vita politica attuale. Apolitìa è la distanza interiore irrevocabile da questa società e dai suoi “valori”; è il non accettare di essere legati ad essa per un qualche vincolo spirituale o morale. Ciò restando fermo, con un diverso spirito potranno anche essere esercitate le attività che in altri presuppongono invece tali vincoli»[6].

Evola dunque non dice di isolarsi dal mondo, di non operare in esso nei modi richiesti dalle circostanze[7]. Egli raccomanda invece un atteggiamento interiore radicalmente chiuso a ogni influenza esterna, afferma cioè che solo grazie a un’integrità spirituale, attraverso un ordine interiore trascendente, l’uomo può mantenersi essenzialmente libero dalle correnti spirituali del mondo contemporaneo. Così egli potrà agire esteriormente restando però immobile dentro di sé; agirà senza agire, muoverà senza essere mosso. Sarà pienamente sovrano di se stesso.

[1] J. Evola, Il mistero del Graal, Ed. Mediterranee, Roma 1986.

[2] P. Baillet, Julius Evola e l’affermazione assoluta, Edizioni di Ar, Padova 1978, p. 31.

[3] J. Evola, Introduzione in Lao Tse, Tao Te Ching, Mimesis, Milano-Udine 2017,p. 11.

[4] J. Evola, Cavalcare la tigre, Ed. Mediterranee, Roma 2000.

[5] P. Baillet, op. cit., p. 76.

[6] J. Evola, Cavalcare, op. cit., p. 152.

[7] Cfr. Aa. Vv., Tradizione e/o nichilismo?, Ed Barbarossa, Saluzzo 1988.

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Ernst Junger, il "Lanzichenecco del Nulla", per il ventesimo anniversario della sua morte.

febbraio 17, 2018 3:11 pm

di A. Ans

<<Noi Nazionalisti non crediamo ad alcuna verità universale. Non crediamo ad una morale universale. Non crediamo in un’umanità in quanto entità collettiva dotata di una centrale coscienza e di un diritto unitario. Crediamo piuttosto che verità, diritto e morale siano condizionati nella maniera più rigorosa da tempo spazio e sangue. Crediamo nel valore di ciò che è particolare>>

Ernst Junger

Stamane all’alba, godendo di un insolito momento di pace, abbiamo iniziato la giornata con la rilettura di Junger e dei suoi Scritti Politici e di Guerra editi dalla Libreria Editricie Goriziana.

Alcune considerazioni sull’Artefice, l’anarca e colui che si dà alla macchia si rendono infatti necessarie proprio oggi, ricorrendo l’anniversario della morte dell’uomo Junger, mentre la sua eroica figura non solo non conosce tramonto ma si moltiplicano piuttosto le iniziative e le riletture della stessa; riscoprendone soprattutto il lato meno conosciuto e meno politicamente corretto, quello sviluppato tra la fine del primo conflitto mondiale e il 1933.

Ne è un degno esempio lo studio “Ernst Junger e lo spirito del fronte come realtà permanente” recentemente apparso grazie a RigenerAzione Evola (http://www.rigenerazionevola.it/ernst-junger-lo-spirito-del-fronte-realta-permanente-parte/ ).

D’altro canto la figura dell’Arbeiter – punto di arrivo apicale del percorso del primo dopoguerra di Junger – rappresenta la sintesi archetipica massima realizzata dalla corrente nazionalrivoluzionaria propria alla Rivoluzione Conservatrice: come disse giustamente e con genialità un nostro sodale l’Arbeiter è assimilabile all’Artefice, dando così piena dignità mitica a questa figura in continuità ideale con gli interessi alchemici ed esoterici dell’autore stesso. Ovvero l’Artefice è un archetipo ( o se preferisci un idealtipo) quasi metafisico e ontologico che non è dominato dalla tecnica ma che interiormente la domina. Diviene il centro invisibile del movimento. Non è un caso che Evola abbia dedicato un suo libro a tale figura. E che persino Heidegger ne sia stato profondamente colpito.

Ecco alcuni passaggi da quello Junger scandaloso, che offende le “regenoidi dell’esoterismo petaloso” e i “radical chic della tradizione”; che arriva addirittura a far sua l’azzeccatissima espressione di “realismo eroico”, rendendola l’attitudine fondamentale del suo Artefice/Arbeiter. Ma il “realismo eroico” fu invece termine coniato da un intellettuale molto vicino al nazionalsocialismo, il dr. West: dettaglio scandaloso da tutti taciuto nei decenni successivi.

Ma lasciamo la parola a Junger:

<<Che cosa ha a che vedere l’elementare con il morale? È all’elementare che puntiamo noi: ed è esso che dopo tanto tempo ci si è reso visibile nella furia infernale della guerra. Non staremo mai dove un dardo non ci abbia aperto la strada, dove un lanciafiamme non abbia grandiosanente purificato tutto tramite l’annientamento. Perché siamo i sani veri e spietati nemici dei borghesi e la loro rovina è uno spasso per noi! … siamo figli della guerra e di una guerra civile e soltanto quando tutto questo, quando questo spettacolo dei circoli che ruotano attorno al vuoto sarà spezzato via potrà dispiegarsi quel tanto di natura di elementare di genuino vigore selvaggio, di lingua originaria di capacità di una vera testimonianza del sangue e del seme che ancora in noi teniamo in serbo. Solo allora si darà la possibilità di nuove forme>>

<<In un’epoca come la nostra si deve marciare anche senza bandiera>>

<<I vincitori sono quelli che passarono attraverso la scuola del pericolo come una salamandra>>

<<Il caos per chi sia in divenire è più propizio della forma. L’ordine é il comune nemico. Occorre innanzi tutto far breccia nello spazio senz’aria delle leggi perché possano dispiegarsi azioni su azioni e perché da caotiche riserve le azioni possano trarre nutrimento. La distruzione è nelle attuali condizioni l’unico mezzo che appare adeguato al nazionalismo. La prima parte del suo compito è di natura anarchica>>

L’anarca e colui che si dà alla macchia

Il reietto, il sotto proletario, lo sbandato, non sono autentiche traduzioni dell’Anarca di Junger e neppure della figura che cronologicamente lo precede: il Waldganger.

L’Anarca, Martin Venator, storico di giorno e barista del tiranno a capo di Eumeswil la notte, non vive da reietto o da emarginato. Egli osserva con occhio attento il potere, osservatore insospettabile proprio grazie al suo ruolo privilegiato al fianco del potere.

Venator sfrutta lo stato di Eumeswil per continuare le proprie ricerche storiche, utilizzando il Luminar, ipotetico antesignano di Wikipedia: un computer in cui tutto lo scibile e tutta la storia umana sono stati consolidati e possono essere consultati. Tramite un impegno scientifico e naturalistico, quasi come un agente segreto che lavora dietro le linee nemiche, affronta ed esplora una serie di bunker abbandonati nel deserto dove attrezza un nascondiglio per il suo futuro “darsi alla macchia”, per tradurre così l’espressione “waldgang”.

Torna così la nota espressione jungeriana di tramutare il veleno in farmaco; di utilizzare ai propri fini  le dinamiche anche più parossistiche della contemporaneità e piegarle per creare spazi di autonomia e di libertà. Attitudine ripresa interamente da Evola nel suo Cavalcare la Tigre e con Lo yoga della potenza.

Insomma l’Anarca e il Waldganger si differenziano abbastanza rispetto ad una figura criminale universalmente nota che potrebbe invece, apparentemente, ricordare da vicino un Waldganger. Stiamo parlando di Theodore Kaczynski, il geniale matematico statunitense, che dopo aver bruciato tutte le tappe della carriera accademica si rifugia nella Wilderness di Lincoln, nel Montana, in un capanno isolato da tutto e da tutti, dove scriverà il suo “Manifesto contro la società” tecnologica. Ma soprattutto costruirà qui i suoi potenti esplosivi grazie ai quali sarà poi conosciuto come Unabomber, terrorista omicida in lotta contro l’ipersocializzazione della sinistra americana e soprattutto contro l’apparato scientifico tecnologico che sta distruggendo il pianeta.

Certamente il rapporto con la tecnica del Waldganger è completamente opposto rispetto a quello dell’Arbeiter/Artefice. E in questo Unabomber potrebbe apparentemente ricordare il Waldganger. Ma contrariamente a questo Ted è un vittima che si isola e che non è capace di nascondersi dietro il paravento di una professione.

E’ facilmente identificabile per il suo linguaggio e la sua condotta e finisce per essere preda delle autorità federali statunitensi. Ci sia concesso comunque di ricordare che almeno due delle molle che fecero scattare la furia omicida di Unabomber sono tipiche del mondo ipertecnologizzato: da una parte il fatto di essere stato oggetto di tremendi esperimenti all’università, dall’altro l’aver assistito alla distruzione dell’ambiente anche nel remoto Montana. Uno spettacolo, quello della fine della Wilderness del quale siamo tutti spettatori.

Ma chi è il Waldganger allora? Forse è più simile al Tyler Durden di Fight Club di quanto non possa sembrarci a prima vista. Egli abita le zone disabitate delle città, si nasconde dietro il paravento di una professione (persino più di una, sia quella impiegatizia che quella di fabbricante di sapone, aspetto molto alchemico per certi versi). E non ha perso il rapporto con l’elementare, ovvero con la lotta, sola che possa legittimare come il fuoco distruttore della prima guerra mondiale attraverso il quale come una salamandra il Krieger, il combattente, passa per purificarsi alchemicamente da tutte le scorie della reazione, del materialismo storico e dell’universalità dei diritti!

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Il famigerato "Might is Right"

febbraio 16, 2018 9:39 pm

Scandaloso, controverso, inaccettabile nella sua inattualità: la traduzione del famigerato “Might is Right”  rivela la poderosa efferatezza del libello proibito dall’Occidente petaloso ed egualitario. 

Tutte le etiche, le politiche e le filosofie sono pure assunzioni costruite sopra assunzioni. Si poggiano su basi claudicanti. Non sono che umbratili castelli per aria, eretti da sognatori ad occhi aperti su furfantesche favole da poppanti.

Le mezze misure non possono essere d’aiuto, dobbiamo andare in profondità alle radici remote e tranciarle via, sino alla più infima fibra. Noi dobbiamo, come la Natura, essere duri, crudeli, implacabili.

In una Società naturale e ragionevole, i maschi più vigorosi dovrebbero possedere Proprietà e Potere. Conseguentemente (secondo le leggi dell’attrazione sessuale) dovrebbero anche prendere possesso e impregnare le migliori e più attraenti tra le femmine; lasciando così “le portatrici di ovuli” residue alla fecondazione da parte dei maschi meno vigorosi.

In un sistema di Società innaturale (come quel malevolo schema massificante[1] al quale ci stiamo riducendo), i deboli, i rimbambiti e i semi-idioti sono deliberatamente lasciati liberi di ottenere diritti di proprietà; [nonostante] essi siano palesemente incapaci di difendere tali diritti se messi alla prova. La legge difende gli “Unfit” – ovvero i meno adatti. Conseguentemente coloro che sono deboli ma opulenti sono preponderanti nella selezione e ritenzione delle femmine di più alto valore. Di conseguenza, i figli di tali unioni innaturali raramente raggiungono la media assoluta. Molto più spesso essi sono una vergogna e una maledizione per la loro stirpe. <<I figli degli uomini viziosi e corrotti riproducono la vera e propria natura dei loro genitori>> scriveva secoli fa Plutarco.

Queste nazioni sciamano letteralmente con la vile umanità semi idiota (disgraziati lebbrosi, dannati negli uteri) la cui presenza tra noi è una costante minaccia verso ogni cosa grande e nobile. Non è attraverso la procreazione dei mediocri e la proliferazione dei rachitici che la nobiltà del carattere nazionale si trova ad evolvere. Perché mai disagiati e ignobili animali – ricchi o poveri che essi siano – dovrebbero essere incoraggiati a popolare iurte di lusso, con fragili, anemici, etilisti, nani grufolanti; quando invece la natura richiede la loro totale segregazione – a fil di spada?

Il dott. Haycraft suggerisce che la Società dovrebbe socialisticamente segregare gli Unfit – gli indegni – ma è chiaramente fuori questione visto che la Società è incompetente nel riuscire a provvedere prove adeguate sufficientemente qualificanti e accurate, tali da decidere con soddisfazione coloro che sono e coloro che non sono “Unfit” – ovvero indegni. La Natura ha comunque già provveduto a fornire tale standard e questo è il conflitto senza fine tra interessi rivali; con le femmine, il potere e la proprietà quali premio finale per i contendenti. Il più sicuro, corretto e scientifico metodo di ridistribuire il bottino e il privilegio accumulato è la lotta incondizionata.

Lasciate che sia l’uomo migliore a vincere! Non è forse questa la Logica degli eventi della Scienza, della fattualità e della Natura?

Perché mai gli Anglo Sassoni dovrebbero scioccamente fare la guardia alla copulazione di tipi umani ricchi ma decadenti e frotte di zoppicanti schiavi[2] inadatti alla guerra?

<<Così nessuno è così scriteriato – scrive Charles Darwin – da crescere a partire dal peggiore tra i propri animali. Anche i selvaggi, quando spinti dal bisogno, uccidono i peggiori tra i loro animali, distruggendo i peggiori e preservando i migliori>>.

8.

I Fit – ovvero coloro che sono degni – non sono soltanto individui che si limitano meramente ad ereditare proprietà rubate; o ottenere possesso pacifico con il sotterfugio; ma coloro che deliberatamente e apertamente ottengono delle proprietà con le proprie forze. Se i tabù non fossero così insensatamente riveriti, i proprietari sarebbero incapaci di difendersi quando senza tante cerimonie fossero messi all’angolo per far posto a uomini migliori – con ogni probabilità.

Se coloro che possiedono provano vittoriosamente la loro capacità allora le loro prerogative non possono essere abrogate o scavalcate; ma se dovessero fallire, allora i loro vincitori – con ogni probabilità uomini migliori di loro – sarebbero biologicamente giustificati nel deporli. “Lasciate che l’uomo migliore vinca”  è una affermazione, un tempo diffusa, scientifica e suggestiva.

Il dominio da parte dell’uomo più capace è esattamente quel che la scienza e le circostanze richiedono. In Natura il diritto di un organismo è commisurato alla sua mentalità e al suo fisico. Nel regno della legge Cosmica l’unico statuto limitante è un potere superiore.

I diritti a priori sono inesistenti così come gli dei, gli spiriti e i tabù morali dei pontefici e dei pastori. Perciò il manganello del poliziotto (sia esso in armonia con le necessità dinamiche della materia e del movimento) è una parte e particella dell’Ordine Divino. Così sono le mazze in generale. Gli uomini devono fare quadrato tra di loro, in un feroce conflitto senza fine; ognuno dovrebbe persino prendere a mazzate il proprio fratello, di tanto in tanto, la sua vita per la mia vita.

Se tutte le ingiunzioni legislative, e altri congegni normativi, fossero interamente scartati, allora il più forte e il più audace (quindi il più saggio) potrebbe fertilizzare l’apice delle donzelle da maritare, trasmettendo così le loro proprie qualità di diritto regale ai loro immediati discendenti. Su principi similari maschi di seconda scelta dovrebbero di necessità accoppiarsi con femmine di seconda scelta. Questo con un atavismo cumulativo e con l’esogamia dall’alto verso i subalterni, dovrebbe gradualmente tendere ad eliminare, soggiogare e cancellare il seme di coloro che sono psicologicamente servili, i superstiziosi e i sovraintellettualizzati.

Le virtù ereditarie possono soltanto essere mantenute utilizzandole costantemente. Da qui la necessità biologica di lotte impietose tra individui e gruppi di individui. Così come i muscoli e gli organi del corpo, così allo stesso modo le attitudini umane sono sviluppate tramite l’utilizzo e attenuate tramite il non utilizzo.

Praticamente quasi tutte le qualità dominanti, siano esse mentali e fisiche, che mai abbiano distinto l’élite dell’umanità, sono state originate dal conflitto.

La decadenza della stirpe (il risultato congiunto della sacra idrofobia e dell’ibridazione regolata dallo Stato) può essere eliminata soltanto da una intelligente applicazione alla riproduzione umana dei principi della selezione naturale, congiunta con lo scartare consciamente, culminante di tanto in tanto con conflitti mortali. La Guerra è la più importante fase dell’evoluzione etnica, sessuale e tribale.

Un codardo preso dal panico potrebbe causare la sconfitta in una battaglia, e tale sconfitta potrebbe decidere per secoli (forse per sempre) il fato di una stirpe. Così la necessità di procreare uomini che siano dei combattenti – dei combattenti nel loro cuore. Così anche la necessità di addestrarli, dalla gioventù in poi, a conquistare e travolgere i loro oppressori e i loro nemici personali – a qualunque costo – e correndo qualsiasi pericolo. Tramite nessuna alchimia nota una stirpe di guerrieri e uomini liberi può evolvere al di sopra di <<un gregge di belanti miserabili, pecore che pendono dalle labbra di qualche dannato prete>>.

Thetriumphofdeath

[1] Traduciamo con “massificante” la generica aggettivazione inglese “socialitic”.

[2] Traduciamo con “schiavi” il termine “proletarians”, che nel linguaggio corrente è associato ad una dialettica marxista che trova scarsa corrispondenza con il senso del discorso posto in essere dall’anonimo compilatore del testo.

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